Rischio idrogeologico in Italia. La prevenzione scarseggia

Data: 16/05/2014 / Inserito da: / Categorie: Informazione Tecnica, Senza categoria / Commenti: 0

L’inizio del mese di maggio 2014 purtroppo comincia con l’ennesimo dramma legato ai rischi idrogeologici. Le Marche sono state vittime di un’imponente alluvione che ha fatto delle vittime e danni enormi.
Quando succedono tragedie del genere, si corre generalmente ai ripari, si tampona. Ma ci si chiede anche: di chi è la colpa? Infatti non può trattarsi solo di fatalità che Madre Natura infligge alla terra, perché dietro tutte le morti e le distruzioni ci sono storie di negligenze enormi.

Ogni qual volta un cataclisma naturale – che sia un terremoto o un’alluvione o una frana – si abbatte sull’Italia, magicamente la stampa tira fuori dati su dati, statistiche varie e rilevazioni sul territorio che dovrebbero essere ascoltati e interpretati invece che trascurati. Ma questi dati ci sono sempre, sono di dominio pubblico e vengono portati all’attenzione delle autorità costantemente. La domanda che mi sorge spontanea è quindi: perché nessuno li ascolta?

Un rapporto del Corpo forestale dello Stato ha recentemente dichiarato che l’82 per cento del totale dei comuni italiani si trova in aree ad elevato rischio idrogeologico. Questi comuni sono generalmente piccoli e si trovano al Sud. Le tre regioni che hanno un maggior rischio idrogeologico sono Calabria, Molise, Basilicata. Ma tutta la Penisola non è messa bene, anzi.

Quali sono le cause dei rischi idrogelogici?
Secondo la Forestale il fattore principale da addurre come causa è che la manutenzione ordinaria delle territorio e delle opere di difesa del suolo non si fa seriamente e fondamentalmente non risponde ad una organica politica di prevenzione, perché quasi non esiste; vengono fatti interventi dettati per lo più dall’emergenza.
Chiaramente anche la mano dell’uomo gioca la sua parte in quanto responsabile di abbandono, degrado, cementificazione, consumo di suolo, abusivismo, disboscamento e incendi.

Abbiamo visto che su 64.800 del totale, 6.400 edifici scolastici sono edificati in un’area a rischio frana o alluvione e sono quindi non sicuri. E la situazione relativa agli ospedali non è di certo migliore; la musica non cambia per i luoghi di lavoro, fabbriche, industrie, uffici, negozi, ristoranti, bar e le abitazioni. Se guardo le cifre, mi vengono i brividi. E suppongo di non essere la sola a sgranare gli occhi.

Durante l’autunno 2011 a Genova, nella Val di Vara, nelle Cinque Terre, nella Lunigiana e nel Messinese si sono verificati dei gravissimi dissesti idrogeologici che si possono ricondurre in estrema sintesi a tre categorie di fenomeni che si sono verificati contemporaneamente:

 

  • piogge intense e concentrate in un’area relativamente piccola (cumulonembi temporaleschi)
  • piogge su territorio che dal punto di vista geologico e morfologico è predisposto ai dissesti (fragilità geomorfologica)
  • utilizzazione massiccia e spesso sconsiderata del territorio


I fenomeni che riguardano la connessione fra il tempo atmosferico e la geologia appartengono alla categoria dei pericoli idrogeologici, ossia sono eventi potenzialmente dannosi che con probabilità più o meno elevata si verificano in un’area con una certa intensità entro un dato periodo di tempo. Ma quando questi eventi incontrano nel territorio insediamenti e/o infrastrutture, l’impatto fra le forze della natura e le opere umane è inevitabile: si passa quindi dal pericolo al rischio idrogeologico.

Dove tutti questi fenomeni sono concomitanti non è quindi strano che fiumi e torrenti straripino, riappropriandosi del loro alveo di piena e distruggendo tutto quello che incontrano; inoltre – mi spiega il prof. Gisotti, a cui ho chiesto aiuto per scrivere questo articolo e che è stato davvero gentile prestandosi a spiegarmi cose di cui non avevo la più pallida idea – accade che con la forte pendenza e i terreni potenzialmente instabili, le piogge insistenti mobilizzino i materiali argillosi e/o incoerenti, che franando colpiscono i vari manufatti.

Ho domandato al prof. Gisotti anche: si può fare qualcosa per prevenire o quantomeno limitare fenomeni catastrofici di questo genere?
Per prima cosa mi ha spiegato che non è giusto definirli sempre disastri naturali per il semplice fatto che si tratta in gran parte di fenomeni innescati da interventi umani sul territorio.
E la risposta è sì, si può e si poteva spesso evitarli: infatti grande parte di questi fenomeni – siano esse frane o alluvioni – accade per lo più nello stesso luogo e dove l’uomo è intervenuto in maniera più pesante. Siamo di fronte ad un uso predatorio del territorio: si costruisce dovunque in modo massiccio senza un minimo di pianificazione territoriale, sotto la spinta della speculazione edilizia e finanziaria, per cui uno dei temi caldi è quello della drastica riduzione del consumo di suolo; suolo che viene sperperato: questo fenomeno costituisce una delle cause principali del dissesto.

Prendiamo ad esame Genova: questa città viene inondata periodicamente dalle alluvioni dei corsi d’acqua sui quali è costruita e che incautamente sono stati ricoperti, per cui quando piove intensamente sui bacini idrografici che alimentano questi corsi d’acqua, questi si gonfiano nella parte alta del bacino e quando l’ingente volume d’acqua e fango arriva alla periferia della città trova una ristretta “luce” del canale intubato, insufficiente per accogliere la portata di piena, e il torrente esonda per rigurgito e allaga la parte a monte del tratto intubato.

Senza dubbio per mettere in sicurezza i territori a rischio servono grandi investimenti finanziari, per lo meno per quel che concerne gli interventi strutturali. Ma è pur vero che si può fare prevenzione attraverso interventi non strutturali, come per esempio la redazione di mappe di rischio e l’obbligo di rispettarle, la delocalizzazione dei manufatti a maggior rischio.
Tutti questi tipi di interventi alla fine non sono per niente costosi, forse non costano nulla. Ma allora perché non si fanno se sono a costo zero? Perché si preferisce mettere le pezze quando c’è poco o nulla da recuperare?

Col professor Gisotti arriviamo ad un tasto dolente, a cui abbiamo accennato all’inizio: la manutenzione del territorio e delle opere di difesa del suolo, in particolare le sistemazioni idraulico-forestali e agrarie. Il prof. mi spiega che se questa venisse attuata e rispettata seriamente si otterrebbe una grossa riduzione dei dissesti idrogeologici.
Facciamo qualche esempio pratico?

Pulendo periodicamente gli alvei si ridurrebbe senza dubbio la quantità di materiali trascinati dall’acqua che poi intasano le luci di ponti e provocano l’esondazione a monte. O ancora intervenendo nelle aree più a rischio con opportune sistemazioni idraulico-forestali, limitando al minimo gli interventi ingegneristici, con buona probabilità le veloci e improvvise piene dei corsi d’acqua non si trasformerebbero in alluvioni nella parte inferiore di questi bacini.

La questione della prevenzione rischi idrogeologici – secondo la Conferenza Nazionale sulla Prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico tenutasi nel luglio 2014 – va affrontata sotto tre aspetti prioritari:

  • la semplificazione normativa per il governo e la manutenzione del territorio
  • l’approccio tecnico-scientifico al problema, adeguato alle novità e ai cambiamenti in atto (compreso l’adattamento ai cambiamenti climatici) e il reperimento
  • la continuità delle risorse economiche (articolate nelle tre sessioni del documento)


La Coldiretti – che ha promosso la Conferenza nazionale insieme ad altri organismi tra cui la Società Italiana di Geologia Ambientale – fa presente che con i cambiamenti climatici diventa sempre più urgente investire nella prevenzione, ma negli ultimi venti anni per ogni miliardo stanziato in prevenzione ne sono stati spesi oltre 2,5 per riparare i danni.

La domanda che io pongo al prof. Gisotti è: si riuscirà davvero a far qualcosa in questa direzione?
Crede (o magari ha qualche soffiata) che il Governo Renzi prenderà dei provvedimenti in tema di prevenzione o si continuerà a stanziare fondi per riparare i danni?

Il prof. Gisotti mi ha risposto così: “E’ troppo presto adesso per dire cosa farà il Governo Renzi nel tema della prevenzione del dissesto idrogeologico, bisogna dargli un po’ di tempo, anche perché nasce da partiti che hanno una visione diversa su questi problemi. Poiché Marilisa ha accennato alle scuole, va riconosciuto che esiste ora una precisa volontà politica nel dare respiro alla attività scolastica e a quindi alla messa in sicurezza delle scuole. Peraltro non vedo nulla di nuovo sul tema della riduzione del consumo di suolo, argomento su cui si erano impegnati i due precedenti Governi, ma senza approdare ad una normativa in materia”.

In sostanza, non ci resta che incrociare le dita e sperare che qualcuno si renda conto che è molto più conveniente fare prevenzione piuttosto che correre ai ripari a disastro avvenuto.
Ma come sempre, io penso che dietro ci siano interessi economici più grandi e giochi di potere che portano in secondo piano questi punti fondamentali. 

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