Desertificazione in Italia: paesaggio e rischio ambientale

Data: 18/11/2014 / Inserito da: / Categorie: Informazione Tecnica / Commenti: 0

Qualche giorno fa sono mi sono ritrovata a leggere questo articolo che parlava di desertificazione e ho pensato che sarebbe stato interessante offrire un articolo di approfondimento sull’argomento. Per farlo ho chiesto aiuto ad un professionista del settore, Federico Boccalaro, autore di Difesa del territorio e Ingegneria Naturalistica”, facendogli qualche domanda specifica su desertificazione, rischio ambientale e ingegneria naturalistica.


Cosa si intende per desertificazione e degradazione del suolo?


Il concetto di desertificazione col passare del tempo ha subito una progressiva evoluzione nel costante tentativo di definire un processo che, seppur caratterizzato da cause locali, sta sempre più assumendo la connotazione di un problema globale.


Nell’immaginario collettivo al termine desertificazione è associato per lo più il processo di espansione dei deserti sabbiosi. Quest’immagine però non corrisponde alla complessità dei fenomeni di degrado del territorio in atto in Africa o altrove.
Per questo motivo la desertificazione è stata definita dalla United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD) come:

Degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause, fra le quali variazioni climatiche ed attività umane.

La Convenzione ha scelto di adottare una definizione di desertificazione che circoscrive il suo ambito di intervento territoriale in funzione delle caratteristiche climatiche ed introduce esplicitamente fra le cause del fenomeno, oltre all’azione dell’uomo, anche le variazioni climatiche.

La desertificazione e il degrado delle terre interessano con intensità ed estensione diverse i Paesi europei che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. In particolare, la desertificazione interessa le aree dell’Italia centro-meridionale e insulare esposte a stress di natura climatica e alla pressione delle attività umane sull’ambiente, spesso non sostenibile.

Esempio di suolo degradato ma non sterile in Italia Centrale


Infatti, le caratteristiche ambientali e socio-economiche peculiari della regione Nord Mediterranea a cui l’Italia appartiene sono caratterizzate da:

  • condizioni climatiche semi-aride che colpiscono vaste distese, siccità stagionali, grande variabilità del regime pluviometrico e piogge improvvise e molto violente
  • suoli poveri e sensibili all’erosione, soggetti alla formazione di croste superficiali
  • rilievi eterogenei con forti pendii e paesaggi molto variati
  • perdite importanti della copertura forestale dovute a incendi
  • crisi dell’agricoltura tradizionale, caratterizzata dall’abbandono delle terre e dal deterioramento delle strutture di protezione del suolo e dell’acqua
  • sfruttamento non sostenibile delle risorse idriche che provoca gravi danni all’ambiente, compreso l’inquinamento chimico, la salinizzazione e l’esaurimento delle falde idriche
  • concentrazione dell’attività economica nelle zone costiere imputabile allo sviluppo dell’urbanizzazione, delle attività industriali, al turismo e all’agricoltura irrigua.

Le aree soggette alla desertificazione sono caratterizzate dalla presenza di ecosistemi fragili dal punto di vista ecologico, molto sensibili ad incontrollati sfruttamenti delle risorse idriche e hanno bisogno di interventi specifici per la conservazione dei suoli (Aru, 2002). In queste aree sono pertanto di grande attualità le questioni legate ad uno sviluppo sostenibile, ovvero uno sviluppo socio-economico che possa essere raggiunto mediante una gestione sostenibile delle risorse naturali.

Davvero i paesaggi terrazzati sono il miglior metodo per contrastare la desertificazione e il degrado dei suoli?


Il riconoscimento dell’importanza della tecnica tradizionale del terrazzamento sia dal punto di vista della conservazione sia da quello dell’organizzazione socio-economica del territorio è ormai un fatto assodato, tanto che le Nazioni Unite hanno ufficialmente dichiarato che si tratta del “più importante sistema di organizzazione del Paesaggio nell’area del Mediterraneo”, invitando, nel contempo, tutti i paesi del mondo a utilizzare i terrazzamenti come sistema fondamentale per la salvaguardia del paesaggio e la lotta alla desertificazione e al degrado dei suoli.

Ma cosa è esattamente il terrazzamento?


Parlare di tecnica di terrazzamento è però qualcosa di complesso e articolato, perché il terrazzamento non è una struttura isolata, ma è un insieme di opere e attività che caratterizzano interamente una regione geomorfologica. Esso è dato da un’ampia varietà di tecniche per la sua realizzazione e mantenimento, quali ad esempio la costruzione dei muri di contenimento, la captazione delle acque, la creazione di terreno fertile per la coltivazione, il lavoro di intaglio, scavo e costruzione delle scale, che sono frutto di conoscenze costruttive, idrauliche ed agrarie, applicate in perfetta comprensione delle caratteristiche idrogeologiche e climatiche del territorio.

Terrazzamenti in costiera Amalfitana (fonte: Boccalaro)


Il terrazzamento, dunque, si configura come una tecnica capace di utilizzare in modo appropriato le risorse ambientali prevenendone allo stesso tempo i rischi, grazie alla creazione di un sistema che si autoregola, dotato di elevata qualità estetica e di integrazione con il paesaggio.
Proprio in virtù del riconoscimento dell’importanza e della complessità di questa tecnica tradizionale, il terrazzamento si inserisce a pieno titolo nella cosiddetta Traditional Knoledge World Bank (TKWB) promossa dall’UNESCO.

 

Terrazzamenti e gradonature con tecniche di ingegneria naturalistica (Regione Lombardia)


Qualcosa in più sulla TKWB dell’UNESCO?


La TKWB, attualmente ancora in fase di prototipo, si configura come un network per la raccolta e lo scambio di dati e informazioni sulle tecniche e sulle conoscenze tradizionali per la salvaguardia dell’ecosistema e lo sviluppo sostenibile.

L’azione di inventario e di catalogazione della TKWB non vuole essere semplicemente una banca dati, ma si propone di svolgere una vera azione socio-economica di promozione e cooperazione articolata su diversi aspetti:

  • Punto di incontro tra patrimonio di saperi depositato ed esigenze pratiche per la promozione di progetti di sviluppo sostenibile
  • Costituzione di un protocollo per la certificazione di tecniche tradizionali e loro utilizzo innovativo per assicurarne compatibilità ecologica, sostenibilità, mancanza di elementi nocivi e il non incorporo di lavoro nero o sfruttamento minorile. Marchi di qualità e identità locale vengono assegnati a questo scopo
  • Promozione di interventi di riqualificazione e di formazione di imprese locali. In particolare, l’attività formativa si prefigge lo scopo di dare capacità operative in grado di interpretare e valorizzare lo sviluppo integrato tra società, cultura ed economia, attraverso una gestione accurata delle risorse locali.


Dal punto di vista concettuale, il progetto TKWB si articola su 4 diversi livelli operativi:

  • 1. Inventario mondiale delle tecniche tradizionali.
  • 2. Studio, approfondimento, salvaguardia, restauro e riproposizione di tecniche specifiche.
  • 3. Studio di aree specifiche di alto valore culturale in cui analizzare l’evoluzione storica delle conoscenze locali in rapporto all’organizzazione del paesaggio, i centri storici e la produzione artigianale e agro alimentare.
  • 4. Studio dell’uso innovativo delle tecniche tradizionali e inventario, elaborazione, certificazione, promozione di un nuovo sistema tecnologico basato sulla logica della sostenibilità.

L’ingegneria naturalistica cosa può fare contro la desertificazione?


L’ingegneria naturalistica offre un contributo non indifferente, con interventi di rivegetazione dei versanti, alla lotta contro la desertificazione, per la gestione sostenibile delle aree a rischio di desertificazione che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, con effetti benefici di tipo climatico per la riduzione della CO2 immagazzinata nella biomassa vegetale (protocollo di Kyoto).

Le tecniche di ingegneria naturalistica sperimentate, ad esempio, impiegate per la realizzazione della sentieristica del Ente Parco Nazionale del Vesuvio appaiono come modello per arginare l’avanzata del deserto in Regione Campania.
La retroazione degli interventi eseguiti suggerisce la possibilità di perfezionare la ricerca e massimizzare lo sviluppo di tali tecniche, ampliandone il campo geografico di applicazione, fino a coinvolgere quei paesi in cui una gestione di tipo tradizionale del fenomeno si è rivelata inferiore alle aspettative.

Consolidamento e rinverdimento delle sponde a Marina di Orosei (P. Cornelini)


La creazione di una piattaforma di servizi contribuisce al controllo dei fattori spia (ossia gestione delle risorse idriche, erosione dei suoli, salinizzazione, impermeabilizzazione, antropizzazione delle coste, incendi, cementificazione), con un sistema omogeneo per lo scambio di dati tra gli enti coinvolti. Solo adottando una politica di intervento preventiva è possibile misurarsi con la progressiva riduzione del potenziale biologico dei terreni a rischio.

Anche la Regione Sicilia, dotandosi del Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico, ha determinato un quadro di pianificazione e programmazione che, in armonia con le attese di sviluppo economico, sociale e culturale del territorio, tende a minimizzare il danno connesso ai rischi idrogeologici.

I fenomeni naturali legati al dissesto idrogeologico, nella maggior parte dei casi prevedibili o addirittura causati dall’intervento umano, condizionano il fenomeno della desertificazione. Tra le varie forme di dissesto idrogeologico, un ruolo rilevante è svolto dalle erosioni superficiali che in Sicilia coinvolgono vaste aree di territorio.

Queste aree a causa dello sfruttamento intensivo dei suoli, degli incendi e della particolare natura del terreno, associata ad una determinata pendenza, evidenziano la perdita di suolo fertile rendendo difficile l’attecchimento della vegetazione.
Gli interventi di ingegneria naturalistica o il riutilizzo degli stessi terreni con colture fornite di un buon apparato radicale porterebbero ad un miglioramento della situazione in atto contro l’erosione superficiale e di conseguenza contro uno dei maggiori aspetti del fenomeno della desertificazione.

Anche la promozione dell’utilizzo di tecniche di ingegneria naturalistica nelle opere di urbanizzazione pubblica e privata e più in generale nel contesto urbano, oltre che in quello rurale, va considerata positivamente, non soltanto in rapporto all’effetto estetico-paesaggistico prodotto, bensì soprattutto come fattore che contiene gli squilibri idrogeologici e di consumo e deterioramento di risorse naturali conseguenti alla crescente antropizzazione del territorio.

In questi esempi si nota una netta convergenza tra le tecniche tradizionali agrarie e l’approccio che l’ingegneria naturalistica ha dato da sempre ai propri interessi scientifici ed alle tecniche di intervento, specie per quanto riguarda i materiali da utilizzare, l’inserimento ambientale delle opere, l’adattabilità di tali materiali alle mutevoli condizioni locali.

È anche evidente la congenialità dell’approccio tecnico scientifico della ingegneria naturalistica nei riguardi delle tecniche empiriche sapientemente affinate nei millenni dai Popoli delle aree caldo-aride. Ed è nell’interpretazione di queste pratiche, dalle origini lontane, che l’ingegneria naturalistica può trovare le motivazioni per proficui approfondimenti scientifici tesi a razionalizzarle e a individuarne più moderne tecniche di realizzazione, materiali più idonei e forme più efficaci per la conservazione delle opere e la loro manutenzione.

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