Approfondiamo vulcanesimo sedimentario e ricerca di idrocarburi in mare

Data: 22/05/2017 / Inserito da: / Categorie: Informazione Tecnica / Commenti: 0
È incontrastabile che la corteccia terrestre sia un gran laboratorio elettro-chimico (L. Porta, 1837)

La tragedia del settembre 2014 con la morte di due fratellini, determinata dall’esplosione di un vulcano di fango nel territorio di Aragona, una zona della Sicilia sud-occidentale, che dal mare si spinge all’interno dell’Isola (Cangemi, 2014), dovrebbe indurre gli organi competenti in materia di protezione civile, a finanziare una campagna di ricerca oceanografica, finalizzata a comprendere l’entità di questo fenomeno nel tratto di Mediterraneo prospiciente le coste agrigentine: il margine continentale, che da Agrigento raggiunge le coste trapanesi, interessato da compressioni tettoniche, presenta infatti lo stesso fenomeno di vulcanesimo sedimentario, che sulla terraferma origina le Maccalube, ma in mare, a causa della pressione idrostatica esercitata sul fondo marino, da colonne d’acqua che possono raggiungere un’altezza di diverse centinaia di metri, la liberazione parossistica di gas, che determina le esplosioni dei vulcani di fango, è potenzialmente più pericolosa rispetto alla terraferma. Lo dimostra la scoperta in questo tratto di mare, di un grande cratere da liberazione di gas: un pockmark.
Campionatura di basalto nel banco di Graham (foto D. Macaluso)
Campionatura di basalto nel banco di Graham (foto D. Macaluso)


Lo Stretto di Sicilia: un’area del Mediterraneo geologicamente instabile

Il tratto di Mediterraneo compreso tra le coste nord-africane e quelle siciliane, è interessato da complessi fenomeni di subduzione e rifting continentale, con il conseguente assottigliamento della crosta terrestre e la formazione di 3 graben, estese fosse oceaniche parallelamente allineate; lo stretto o canale di Sicilia, è interessato da due sistemi principali di faglie, orientati principalmente verso NW-SE (Lodolo, 2011); a partire da 8 milioni di anni fa, in quest’area del Mediterraneo, l’affioramento di magma sino alla superficie della litosfera, si è accompagnato a eruzioni che hanno dato origine a vulcani sottomarini, ma anche a edifici vulcanici sub-aerei, come Linosa, Pantelleria e nel 1831, Ferdinandea (Fig. 1). Quest’ultima piccola isola, all’epoca della sua emersione, è stata oggetto di un singolare contenzioso per la sua sovranità, tra Inghilterra, Francia e Regno delle Due Sicilie, controversia risoltasi fisiologicamente, con la scomparsa dell’edificio vulcanico: mentre i contendenti minacciosamente incrociavano con vascelli da guerra le acque della nuova terra e vi piantavano vessilli, battezzandola Graham, Giulia e Ferdinandea, il vulcano si dissolse, costituito com’era, da scorie pomicee; il magma si era fermato a soli 8 metri dalla superficie (Cutrone et al., 2006).

Dal 1999 al 2005, l’Ordine dei Geologi della Regione Sicilia, in collaborazione con le sezioni di Agrigento e di Sciacca della Lega Navale Italiana, ha organizzato delle spedizioni sottomarine sui resti dell’isola Ferdinandea (un bassofondo riportato nella cartografi a internazionale come Banco di Graham); le immersioni sono state pianificate per il prelievo di campioni roccia (Fig. 2), il rilievo della temperatura delle sabbie piroclastiche, la ricerca di fumarole e la documentazione video-fotografica della colonizzazione biologica dei basalti colonnari che costituiscono i resti del condotto lavico (Falzone, 2010).

Nel corso di questa attività, quale coordinatore delle operazioni sottomarine, raccogliendo bibliografia sulle eruzioni storiche nel canale di Sicilia, ho riscontrato testimonianze qualificate e attendibili, come quelle del sacerdote Giuseppe Mercalli, che riferiva di fenomeni che non sembravano poter essere in relazione con le eruzioni vulcaniche, in quanto fenomeni isolati, parossistici ma imponenti, come esplosioni seguite da terremoti: “Dal 16 al 25 dicembre 1816, si udirono a Sciacca forti tuoni come di lontano cannoneggiamento. Il 18 il mare si ritirò dal lido 30 canne poi nel 21 gennaio ritornò al livello di prima”.

Interessante, soprattutto per la registrazione delle coordinate del luogo, la descrizione dell’esplosione del 1845, che rischiò di fare affondare un vascello britannico: “Il 18 giugno 1845 verso le 9:30 m. di sera, trovandosi il naviglio inglese Victory a 36° 40’ 56” latit.N 13°44’ 36” long.E, subì una violenta scossa ed i suoi due alberi furono improvvisamente rovesciati, come per effetto di una violenta tempesta, sebbene in quel momento il tempo fosse perfettamente calmo. Il naviglio, dopo aver subito qualche avaria, prese il largo, e da lungi videro quei viaggiatori alzarsi dal seno del mare tre immensi globi di fuoco, visibili durante 6 minuti.” (Negri et al., 1883).
Figura 2 – Banco di Graham-Ferdinandea, 1999 - rilievi subacquei
Figura 2 – Banco di Graham-Ferdinandea, 1999 – rilievi subacquei

Un altro evento rilevante e anche in questo caso difficilmente inquadrabile tra i fenomeni vulcanici, è riportato nel giornale di bordo dell’incrociatore Eugenio di Savoia, al comando dell’ammiraglio Alberto Da Zara: nel corso della battaglia di Mezzo Giugno, che nel 1942 vide la flotta italiana confrontarsi con quelle inglese, il comandante della nostra squadra, fu testimone di una spettacolare esplosione, al largo di Pantelleria: “Ore 11,57: noto una violentissima esplosione che provoca una colonna di fumo alta almeno 1000 metri; questa resta in aria circa 6 minuti, dopodiché permane una densa colonna di nebbia e di fumo.” (Da Zara, 1942). Si pensò che una nave avesse urtato una mina, ma quel giorno, a parte il cacciator pediniere australiano Nestor colpito dagli aerosiluranti italiani, non si registrò alcuna perdita, né da parte inglese, né italiana; in ogni caso, l’entità della defl agrazione di una mina, non sarebbe stata di simili proporzioni.

Fenomeni caratterizzati da ribollimento ed emissione di gas dalle acque, terremoti e maremoti a carattere locale, hanno da sempre interessato la costa sud-occidentale della Sicilia e per tale motivo il banco marino prospiciente questo tratto di costa, è stato chiamato “Terribile”. Ma gli eventi che maggiormente hanno impressionato e terrorizzato i marinai che hanno solcato queste acque, sono state le esplosioni in mare, accompagnate da imponenti fiammate: è singolare osservare in una pala d’altare, nella chiesa della Badia Grande di Sciacca, la raffigurazione di una Madonna protettrice, posta al di sopra del mare di Sciacca, dal quale si sprigiona un globo di fuoco: il grande quadro, è verosimilmente da interpretare come un ex voto di marinai scampati (come gli inglesi del Victory), ad una esplosione sottomarina di gas (Fig. 3).
Figura 3 – Sciacca, chiesa della Badia Grande. Pala d’altare
Figura 3 – Sciacca, chiesa della Badia Grande. Pala d’altare

Nello Stretto di Sicilia, al vulcanismo magmatico si associa infatti un altro fenomeno, simile per manifestazione ed effetti, ma geologicamente diverso, vulcanesimo sedimentario; la dimostrazione è data anche dalla presenza di particolari strutture crustali sottomarine: i crateri da esplosione di gas, i pockmarks.

Il vulcanesimo sedimentario in Sicilia (On-Shore)

Il più illustre visitatore e accurato descrittore delle Maccalube di Aragona, è uno dei padri della geologia, Déodat Guy Silvain Tancrède Gratet de Dolomieu, che le visitò il 18 settembre del 1781. Di tale ricognizione, il geologo francese (da cui presero il nome le Dolomiti), effettuerà uno straordinario resoconto, per l’Accademia Reale di Parigi. Dolomieu è stato l’unico studioso ad osservare sulla superficie del fango appena eruttato, una “pellicle of bituminose oil [...]” (Dolomieu, 1783).

Il naturalista Francesco Ferrara, relativamente al petrolio nella regione “solforifera” della Sicilia (bacino di Caltanissetta), scrive: “È nella Sicilia non volcanizzata, che sono le sorgenti dell’olio minerale, svincolato dal calore interno, dai sedimenti di resti organici degli antichi mondi progressivamente sepolti.” (Ferrara, 1838).

Se si rimane sorpresi dalla lucida e semplice descrizione che nel 1844 fa Ferrara, del fenomeno naturale che sta alla base della formazione degli idrocarburi, ancor di più ci si meraviglia, nel constatare come molto tempo prima, nel 1696, il dotto medico Leonardo di Capua, descrive il fenomeno che dà origine alle Maccalube della Sicilia: “…la fermentazione della Terra e la sublimazione de’ vapori ò effluvij di essa, si sono oggi resi maggiormente sensibili agli occhi de gli studiosi, da che il mondo hà gustato la filosofia Sperimentale” (in Boccone, 1697).

Le manifestazioni che danno luogo al fenomeno delle Maccalube (o Macalube), non sono esclusive di Aragona, ma si manifestano anche in altri luoghi del cosiddetto bacino evaporitico di Caltanissetta, come a monte Sara, tra Ribera e Cattolica Eraclea, in contrada Bissana, presso Cianciana e nel quartiere di Santa Barbara a Caltanissetta. La liberazione di fanghi molto fluidi composti da acqua fredda ad alta concentrazione salina, argilla e gas, attraverso zone di discontinuità del sottosuolo (veri e propri percorsi di migrazione), è un fenomeno che va inquadrato nel cosiddetto “diapirismo” cioè di risalita di rocce a basso peso specifico (spesso fluidi), originatosi quando nel quaternario lo scontro tra la placca africana con quella euro-asiatica, ha determinato l’inglobamento dei sedimenti organici del margine della placca africana.

Ad Aragona, la risalita del fluido, dà origine a piccoli crateri di fango (vulcanelli), che eruttano acqua fredda mista a fango, fenomeno accompagnato da un caratteristico gorgoglio di gas, con formazione di bolle che liberano gas infiammabile: “Appressato avendo una fiaccola ad uno di questi sibilanti coni, elevossi immanente una fiamma azzurra di 5 piedi, la quale sarebbe a lungo durata, se l’impeto del vento, non sopraggiungeva ad estinguerla.” (La Via, 1823).

Dai suoi giacimenti profondi (3-6 km nel bacino di Caltanissetta), il gas per aumento della spinta di galleggiamento, influenzata dalla quantità del gas o dall’aumento della sua temperatura (Prima legge di Volta Gay-Lussac), risale fino a raggiungere la superficie, attraverso condotti di risalita rappresentati da discontinuità tettoniche o zone di fragilità strutturale. Ma se questi percorsi di affioramento si obliterano (indurimento del terreno) o risultino insufficienti rispetto al volume del gas, dopo l’aumento della sua pressione, il gas può risalire fino alla superficie, in modo improvviso, violento, con una esplosione che come è avvenuto nel 2002 e drammaticamente il 27 settembre 2014, può determinare il sollevamento-ricaduta, anche di diversi ettari di terreno (il termine Maccalube, deriva dall’arabo Maqlùb, ribaltamento).

Interessanti sotto l’aspetto morfologico, le colate ad alta densità dei vulcani di fango di Monte Sara (Ribera), un vero modello per l’analisi della dinamica di scorrimento dei fluidi, come la lava (Fig. 4).
Figura 4 –  Eruzione di fango a Monte Sara del 3 maggio 2010
Figura 4 – Eruzione di fango a Monte Sara del 3 maggio 2010

La metanogenesi

Nel Miocene e precisamente nel Tortoniano medio, notevoli quantità di materiale organico, si sono sedimentati dando luogo alla formazione delle argille, sulle quali nel bacino di Caltanissetta, poggiano a loro volta i sedimenti della serie evaporitica; in queste argille ha luogo la metanogenesi. In natura, gli idrocarburi gassosi sono generalmente originati da due processi: la alterazione termica della sostanza organica (origine termogenica) o la riduzione batterica della sostanza organica (origine biogenica).

Ciascuno dei due processi porta a differenti composizioni molecolari e isotopiche dei gas. I campioni delle Maccalube di Aragona mostrano caratteristiche isotopiche intermedie tra i gas termogenici e quelli di origine batterica (Favara et al., 2001). Curiosamente, oltre agli eubacteria, e ai solfato-riduttori, i batteri produttori di metano nei vulcani di fango, sono gli stessi estremofili che nella flora batterica del grosso intestino dell’uomo (il cosiddetto “microbiotiota intestinale”), producono metano: gli archaeabacteria (Shubenkova & Likhoshvai, 2010).

Il vulcanesimo sedimentario in Sicilia (Off-Shore)

“Niuno dei geologici fenomeni, dei quali entriamo a trattare, è nuovo all’occhio del Naturalista” (Giuseppe Bianconi, Storia Naturale, 1840). Tutto il margine continentale dell’area marina prospiciente la costa sud-occidentale della Sicilia, interessata da subduzione, per gli analoghi fenomeni geodinamici che determinano il vulcanesimo sedimentario nel bacino di Caltanissetta, risulta interessata dalla presenza di vulcani di fango e relative manifestazioni eruttive, comprese le periodiche esplosioni, con formazione di crateri sottomarini: i pockmark. Il termine pockmark, oggi usato per definire le aree di subsidenza abissali, da emissione sottomarina di fluidi, è stato utilizzato per la prima volta da King e Mac Lean (1970), in occasione della scoperta di alcuni crateri sulla Scotian Shelf, al largo del Canada; il termine è stato preso in prestito dalla lingua inglese (in italiano vuol dire pustola), dove viene utilizzato per definire la pelle dei soggetti affetti da patologie dermatologiche, come vaiolo o acne: il fondale marino interessato dalla presenza di crateri di fango, richiama infatti l’aspetto della pelle butterata.

King e Mac Lean, non hanno scoperto niente che già non si conoscesse: hanno semplicemente evidenziato dei crateri da emissione di gas nelle acque canadesi e hanno dato loro un nome: pockmarks. La prima segnalazione di questi crateri sottomarini, si deve infatti al nostro grande naturalista Antonio Stoppani, che nel suo Corso di Geologia del 1871, descrive dettagliatamente il fenomeno dei vulcani di fango, ne spiega la geodinamica e ne riporta la loro raffigurazione.

Nella sua straordinaria pubblicazione, l’abate Stoppani fornisce notizie accurate su tale fenomeno, descrivendo i terremoti anche di considerevole intensità che accompagnano la loro eruzione, sismi che presentano carattere locale: questo dato è importante, per comprendere ciò che avviene anche nel canale di Sicilia, con terremoti anche di forte intensità, ma che spesso non vengono registrati, per carenza di stazioni di rilevamento prossimi alla fonte sismica.

Il grande naturalista ci sorprende, quando descrive il vulcanesimo sedimentario in mare, perfettamente consapevole della sua natura: “[...] trattasi di un fenomeno che può essere tanto subaereo, quanto sottomarino [...]” e rende perfettamente il concetto della maggiore pericolosità dei vulcani di fango sottomarini, in relazione alle forti pressioni idrostatiche, quando precisa che per manifestarsi “[...] la tensione del vapore dei gas deve essere capace di vincere la pressione dell’acqua sovrastante [...]. Antonio Stoppani completa la sua erudita disquisizione, riferendoci di emersioni di isole fangose, come avvenuto nel 1861 per l’isola di Kumani nel mar Caspio e dell’esistenza di un vero e proprio arcipelago, il complesso fangoso di Bulla, sempre nel mar Caspio. Ma è a pag. 408 del libro, che il nostro naturalista dimostra la sua grandezza, riportando lo schema del cratere di un vulcano di fango sottomarino, un cratere ellittico di 700 piedi inglesi (210 metri), da cui si levava gas infiammabile: è lo schema che rappresenta il primo disegno di un pockmark.

Il metano è il gas maggiormente prodotto dai vulcani di fango e la sua emissione, che avviene non soltanto in fase eruttiva, ma anche in quelli di quiescenza, con continui degassamenti, ha una notevole importanza sia per l’idrosfera che per l’atmosfera, rappresentando uno dei gas maggiori implicati nell’effetto serra, anche perché, tale liberazione di gas, può essere imponente: nella crociera oceanografica del 2006, di cui si tratterà ampiamente di seguito, sono state rinvenute al largo di Capo San Marco (Sciacca) colonne di gas che alla base avevano un diametro di 33 metri (Fig. 5), mentre altre vaste aree di emissione continua di gas (un vero e proprio campo fumarolico), sono state rinvenute poco al largo di Selinunte. Auspicabile sarebbe inoltre quantificare la liberazione di Radon nello stretto di Sicilia, alla luce dei rapporti che ha questo gas, con gli eventi sismici (Tuccimei, 2010) e con le mutazioni genetiche nel DNA dell’uomo (Macaluso, 2009).
Figura 5 – Fumarole ad alta portata rinvenute nel corso della crociera del 2006
Figura 5 – Fumarole ad alta portata rinvenute nel corso della crociera del 2006

Questa area, è inoltre interessata da un complesso sistema di faglie e tra i fenomeni geofisici associati ad un evento sismico, si annovera la possibilità che le fissurazioni crustali, indotte da un terremoto, possano dar luogo alla liberazione di metano o anidride carbolica, imprigionati nei reservoirs naturali (Martinelli & Panahi, 2003). I rischi relativi alla protezione civile, per la numerosa popolazione costiera che vive nelle acque prospicenti i campi di pockmarks della Sicilia, sono notevoli: le conoscenze sulla entità di questi fenomeni in mare, devono essere approfondite, dato che queste esplosioni si accompagnano frequentemente a sismi di forte intensità (anche superiori al 4° Richter) e persino a maremoti.

Un rilevante evento, occorso il 5 marzo del 2003, interveniva a dimostrare quanto urgente fosse il monitoraggio dello stretto di Sicilia: alle 17:21 venne avvertito un boato seguito da un terremoto magnitudo 3.2 poco al largo delle acque di Montallegro (tra Sciacca ed Agrigento); nei giorni successivi, seguì la deposizione sulla battigia di un lungo tratto di costa, di pietre pomici. Raccolti diversi campioni di roccia, uno dei quali dal diametro maggiore di circa 75 cm, li inviai all’INGV di Catania per uno studio petrografico: la deposizione di materiale piroclastico in seguito a una esplosione sottomarina, in un’area interessata da vulcanismo, induceva a ipotizzare che l’evento potesse essere legato ad una eruzione vulcanica, considerato anche il precedente di Ferdinandea, ma le pomici presentavano una caratteristica non compatibile con una recente eruzione: la presenza di concrezioni carbonatiche di tipo organogeno (Fig. 6), per colonizzazione da parte di organismi (anellidi) secernenti un tubo calcareo a lenta crescita: le serpule (Serpula vermicularis).
Figura 6 – Campione di pomice spiaggiato nel marzo 2003, con concrezione calcarea di serpula (foto D. Macaluso)
Figura 6 – Campione di pomice spiaggiato nel marzo 2003, con concrezione calcarea di serpula (foto D. Macaluso)
È evidente che la presenza di queste concrezioni calcaree dimostrava la datazione non recente delle rocce; le analisi petrografi che emorfologiche, effettuate dalla dottoressa Rosa Anna Corsaro, dimostrarono dunque che il terremoto o l’esplosione sottomarina “[...] avevano causato l’instabilità di una scarpata sottomarina, con franamento di materiale vulcanico precedentemente deposto, il quale preso in carico da onde e correnti, sarebbe stato spiaggiato sulle vicine coste della Sicilia sud-occidentale” (Corsaro, 2004).

Altre esplosioni sottomarine, analogamente accompagnate da deposizione di scorie pomicee, si sono verificate nel 2007 e nel 2009: in occasione dell’evento del 10 aprile del 2007, l’onda d’urto che ha investito qualcuno dei numerosi edifici vulcanici, che insistono nello stretto di Sicilia, ha liberato campioni di roccia galleggiante, dalle dimensioni di circa un metro (Fig. 7).
Figura 7 – L’autore, con una delle pomici spiaggiate dopo l’esplosione del 10 aprile 2007
Figura 7 – L’autore, con una delle pomici spiaggiate dopo l’esplosione del 10 aprile 2007
Nell’ottica di uno studio finalizzato alla comprensione di questi fenomeni e per la ricaduta che hanno queste manifestazioni geologiche in termini di rischio per la popolazione, venne stipulata una convenzione tra la sezione di Sciacca della Lega Navale Italiana e l’INGV di Catania, con la partecipazione della Guardia Costiera che avrebbe fornito il supporto logistico ad alcune missioni, nel corso della quali si sarebbe proceduto a un primo tentativo di monitoraggio del canale di Sicilia (Rapporto INGV n° 125 ).

Nel 2007 si procedette al posizionamento di una sonda multi-parametro alla base del vecchio condotto lavico di Ferdinandea, a circa 24 metri di profondità; la sonda, protetta da un sarcofago di calcestruzzo, ha registrato per un anno la temperatura e le variazioni di battente d’acqua. In quel periodo, la stampa anche internazionale, aveva diffuso la notizia di una probabile riemersione di Graham-Ferdinandea, ma la registrazione che la sonda effettuò per un anno, non rilevò alcuna variazione del battente d’acqua, se non quella relativa alle fisiologiche oscillazioni mareali. Questo dato contribuì a dissipare nuove attenzioni di tipo territoriale, riaffiorate dopo 170 anni dalla nascita di Ferdinandea: in seguito a incontrollate voci che ipotizzavano la riemersione dell’effimera isola, il “Times” il 2 febbraio del 2000 aveva titolato un articolo di Richard Owen “British island rises off Sicily Channel”.

Ferdinandea non stava per riemergere e se un fenomeno vulcanico stava interessando un’isola dello stretto di Sicilia, questo interessava Pantelleria, interessata da una deformazione crustale (Mattia, 2007). Il dato significativo era un altro; il grafico delle variazioni della temperatura, registrato dallo strumento, evidenziò un valore dapprima difficilmente interpretabile: la notte del 17 gennaio del 2007 si ebbe un improvviso rialzo termico di 3 gradi, un valore notevole, in quanto soltanto un evento che liberi una considerevole energia può fare innalzare di 3 gradi una grande massa d’acqua come quella adiacente ad una sonda che si trova a 23 miglia dalla costa.

Ma cosa? La risposta la troveremo in quello che succederà qualche mese dopo, il 10 aprile nella stessa area, quando a distanza di un paio di ore, verranno registrati due fenomeni sismici, uno alle ore 19:17 ed uno più forte alle ore 21:20 (magnitudo 4.3) (Fig. 8).
Figura 8 – Terremoto del 10 aprile 2007 ore 19,17 (fonte Rete Sismica Nazionale)
Figura 8 – Terremoto del 10 aprile 2007 ore 19,17 (fonte Rete Sismica Nazionale)

A Sciacca, quest’ultima scossa, fece cadere suppellettili nei piani alti dei palazzi e contemporaneamente, venne avvertito un forte boato proveniente dal mare. La mattina successiva, abbiamo sorvolato con l’elicottero della Protezione Civile, il tratto di mare epicentro del sisma e sede dell’esplosione, sospettando una eruzione sottomarina, ma raggiunto il punto, ci siamo resi conto che il boato e il terremoto erano stati provocati da una esplosione sottomarina di una sacca di gas. Sorvolando l’area ad una elevata quota di sicurezza (per il rischio di cavitazione, di esplosione o di spegnimento del rotore dell’elicottero, data l’ipossia ambientale, considerato che il gas flottava ancora sulla superficie del mare), abbiamo osservato che il tratto di mare interessato dall’esplosione era molto estesa e che la superficie delle acque, era increspata da bolle che continuavano a risalire (Fig. 9).
Figura 9 – Ripresa aerea dell’area interessata dalla esplosione del 10 aprile 2007 (foto D. Macaluso)
Figura 9 – Ripresa aerea dell’area interessata dalla esplosione del 10 aprile 2007 (foto D. Macaluso)
In queste aeree, i rischi non sono prerogativa dei mezzi aerei, ma interessano soprattutto i mezzi navali, in quanto legati alla perdita del galleggiamento in caso di risalita di grandi volumi di gas: un lavoro dell’oceanografo Alan Judd, oltre ad evidenziare questo rischio, presenta la straordinario rilievo multibeam, del relitto di una navale all’interno di un pockmark. Si tratta della testimonianza di un drammatico evento, il repentino affondamento di un peschereccio a vapore del XX secolo, a nord-est della Scozia, che privato dal sostentamento della colonna d’acqua che gli garantiva il galleggiamento, è affondato adagiandosi, a causa della velocità con la quale ha raggiunto il fondale, in assetto di navigazione, a 100 metri di profondità, al centro del pockmark; è anche preoccupante, notare come il cratere, sia pericolosamente prossimo a un oleodotto (Fig. 10, da Judd, 2001).
Figura 10 – Pockmark con relitto navale al centro. In alto, l’oleodotto Scott-Forties (da Judd, 2001)
Figura 10 – Pockmark con relitto navale al centro. In alto, l’oleodotto Scott-Forties (da Judd, 2001)
Ancora più inquietante, la scoperta del relitto di un sommergibile nucleare russo, che nel 2003, mentre era al traino, destinato alla demolizione, ma con ancora i due reattori pieni di combustibile nucleare, è affondato repentinamente nel mare di Barents. Nell’improvviso inabissamento, spiegato all’epoca con le avverse condizioni del mare, persero la vita due marinai, che non ebbero il tempo di ricorrere agli ausili di salvataggio, per la rapidità dell’inabissamento; anche in questo caso, il relitto è stato trovato perfettamente in assetto di navigazione, a 248 m di profondità, indizio che fa supporre, che l’immersione sia stata rapidissima, in presenza non di acqua, ma di gas. Accanto al relitto, una scansione mutibeam, evidenzia infatti la presenza di pockmarks (Fig. 11).
Figura 11 – Relitto del sommergibile nucleare russo B 152. Con il n.1 è evidenziato un pockmark.
Figura 11 – Relitto del sommergibile nucleare russo B 152. Con il n.1 è evidenziato un pockmark.

I pockmarks del Mediterraneo

Nei margini continentali del Mediterraneo è frequente riscontrare la presenza di pockmarks: ne sono stati rinvenuti nel cosiddetto Mediterranean ridge accretionary complex, un’area di subduzione prossima a Creta (Robertson & Kopf, 1998), sulla piattaforma continentale egiziana, al largo del delta del Nilo, in prossimità del delta del Rodano e presso le Baleari e tale presenza è stata documentata anche nell’Adriatico (Mascle 2012).

Per quanto riguarda il mare prospiciente la Sicilia, la presenza di pockmarks è stata segnalata nel Mediterraneo centrale (Holland 2003, Lyobomir, 2003) e nel cosiddetto plateau di Malta (Savini 2009). Un campo di pockmarks, è riportato anche nel graben di Pantelleria (Civile et al., 2010). Nel 2013, un campo di pockmarks, di circa 18 km², è stato anche individuato a 20 km di distanza dal litorale di Gela e su questo bacino, oltre all’analisi dei sedimenti, è stato effettuato un accurato studio morfo-batimetrico (Taviani et al., 2013), che ha dimostrato che il diametro di questi crateri, ha un range che varia dai 40 ai 310 metri.

La crociera oceanografica del 2006

Dopo lo tsunami che il 30 dicembre 2002 colpì Stromboli, causato dal collasso di una parete dell’edificio vulcanico e in seguito a un terremoto che colpì le coste sud-occidentali della Sicilia il 3 febbraio 2003, la sezione della Lega Navale di Sciacca, rappresentata dal presidente Gaspare Falautano, chiese al direttore della Protezione Civile pro tempore, Guido Bertolaso, di istituire un gruppo pluridisciplinare per il monitoraggio dello stretto di Sicilia, organismo dotato di Nucleo Operativo Subacqueo, di cui lo scrivente sarebbe stato il coordinatore. Ma il finanziamento per un primo monitoraggio del mare antistante le coste agrigentine pervenne da una joint venture tra CONISMA, INGV di Catania e una società di produzione televisiva, la GA&A, interessata a realizzare un lungometraggio sull’isola Ferdinandea.

Nel 2006, nel corso di una crociera di ricerca protrattasi per 10 giorni, la strumentazione in dotazione alla nave Universitatis svelò la presenza di numerosi edifici vulcanici adiacenti ai resti di Ferdinandea e un grosso vulcano al largo di Selinunte, coperto da una considerevole quantità di materiale sedimentario; il 6 maggio 2006, la grande piattaforme batiale, che comprende i banchi Graham, Terribile e Avventura, sul quale giacciono decine di edifici vulcanici, tra i quali i resti dell’isola Ferdinandea, è stato battezzato Empedocle, in onore al grande filosofo naturalista agrigentino, che morì precipitando nel cratere dell’Etna. La batimetria multibeam e il side-scan sonar, rivelarono anche la presenza di un piccolo cratere isolato (diametro circa 110 m), prospiciente le coste di Ribera (AG), giacente su una piattaforma crustale a -70 m, con un margine superiore ad appena -43 m dalla superficie.

Il cratere presentava caratteristiche morfologiche non assimilabili a quelle di un cono eruttivo, ma di un cratere esploso (profi lo largo, basso e spianato): questa morfologia, relativamente alla balistica delle esplosioni vulcaniche, a giudizio del vulcanologo Giovanni Lanzafame, era poco compatibile con un evento esplosivo verificatosi sott’acqua: l’eruzione con la successiva esplosione del piccolo vulcano, potrebbe essere avvenuta quando quest’area dello stretto di Sicilia, non era sommersa (Lodolo, 2011). Il vulcano, per essere stato esplorato in immersione nel 2006 dal sottoscritto (assieme al cameraman francese Jeremy Simmonot e al tecnico del suono Gerald Riviere), è stato battezzato dall’ufficiale di rotta della Universitatis “MAC. 06” (Fig. 12).
Figura 12 – Crociera Univesitatis, maggio 2006, rinvenimento del cratere MAC 06
Figura 12 – Crociera Univesitatis, maggio 2006, rinvenimento del cratere MAC 06

Ma la proficua crociera del 2006 rivelò, alcune miglia a sud-est rispetto al banco di Graham, anche una grande struttura circolare, localizzata ai margini di una piattaforma crustale, in un’area di subsidenza giacente su batimetriche di circa 190 metri; una struttura talmente estesa (quasi mille metri di diametro), che al momento della scoperta, era di difficile interpretazione. Il cratere del vulcano di fango Chefren, al largo delle al grande fi losofo naturalista agrigentino, che morì precipitando nel cratere dell’Etna. La batimetria multibeam e il side-scan sonar, rivelarono anche la presenza di un piccolo cratere isolato (diametro circa 110 m), prospiciente le coste di Ribera (AG), giacente su una piattaforma crustale a -70 m, con un margine superiore ad appena -43 m dalla superficie. Il cratere presentava caratteristiche morfologiche non assimilabili a quelle di un cono eruttivo, ma di un cratere esploso (profilo largo, basso e spianato): questa morfologia, relativamente alla balistica delle esplosioni vulcaniche, a giudizio del vulcanologo Giovanni Lanzafame, era poco compatibile con un evento esplosivo coste egiziane, era considerato uno dei più 11 grandi del Mediterraneo, col suo diametro di circa 300 m, mentre quello che avevamo individuato poco al largo della Sicilia, era un cratere dalle dimensioni così elevate, da essere interpretato dapprima, come artefatto del multibeam (Figg. 13 e 14).
Figura 13. Grande complesso vulcanico Empedocle
Figura 13. Grande complesso vulcanico Empedocle
Figura 14. Particolare del cratere
Figura 14. Particolare del cratere
Ma questa grande struttura lievemente ellittica, dal diametro di circa 1000 metri, localizzata in prossimità di aree di emissione di gas ad alta energia (Cutrone, 2006), non era un artefatto: esisteva e la prima ipotesi sulla sua natura, fu di identificarla con un’area di subsidenza, probabilmente da collasso di una camera magmatica. Altra ipotesi, è stata quella di considerarlo il risultato della collisione della crosta terrestre, con un corpo celeste, cioè un cratere da impatto; queste strutture dal caratteristico profilo circolare e orlo rilevato, si identificano sempre con maggior frequenza, sia sulla terraferma che sott’acqua, grazie alle nuove tecniche di ricerca subacquea e di esplorazione satellitare; alcuni studiosi hanno persino invocato l’ipotesi dell’impatto di un corpo celeste con i fondali del Mediterraneo, per spiegare la crisi del Mediterraneo verificatasi nel Messiniano: secondo questa ipotesi, le conseguenze della collisione del corpo celeste, avrebbero determinato sia l’evaporazione delle acque, che lo spostamento dell’asse terrestre; sulla possibilità del mutamento dell’asse terrestre, in seguito all’impatto con un corpo celeste, ne aveva già parlato Dionigi Lardner nel 1860, ma è Pierre Simon Laplace che in Exposition du système du monde del 1836, dissertando sugli effetti della collisione con una cometa, affermò “[...] l’asse e la rotazione terrestre, ne sarebbero alterati”.

Ma, sinora, crateri d’impatto nel Mediterraneo occidentale non ne sono stati rinvenuti, tantomeno il nostro, ne presentava le caratteristiche. La vera natura di questa profonda area di subsidenza del fondo marino, da noi rivenuta nel 2006, fu svelata nel corso di una nuova crociera oceanografica, condotta nel luglio del 2012 a bordo della nave da ricerca Astrea dell’ISPRA, una missione dell’INGV di Palermo e dell’Istituto Sismologico di Gibilmanna, diretta dal vulcanologo Mauro Coltelli, finalizzata a posizionare delle sonde OBS-H (Oceanographic Bottom Seismometer with Hydrophone), nello stretto di Sicilia, per registrare l’attività sismica di quest’area. Il sottoscritto, ospite a bordo della nave, suggerì al prof. Giuseppe D’Anna, il geofisico responsabile delle sonde, di posizionare uno di questi strumenti all’interno del grande sink-hole, rinvenuto nel 2006, con una doppia finalità: proteggere dalle reti a strascico la sonda e studiare la natura del cratere, mediante il ROV che veniva utilizzato per visionare la corretta collocazione delle sonde.

Con le coordinate che avevo registrato nel corso della crociera del 2006, raggiungemmo direttamente il punto: il multibeam in dotazione all’Astrea, rese delle immagini della struttura molto definite, mentre il software elaborò la morfologia del cratere (il cui bordo esterno giaceva a -190 m), in 3D. Decisiva per la sua identificazione, fu l’esplorazione delle sue pareti con un ROV, che oltre a non evidenziare la presenza di un bordo rilevato (caratteristico dei crateri d’impatto) e a confermare l’assenza di scorie basaltiche nella sua prossimità, evidenziò la natura sedimentaria dei suoi bordi; raggiunto il fondo rivestito da fine sedimento (il cratere è profondo circa 50 metri), si evidenziò ancora un elemento, utile a identificare la struttura: prima il sonar multifascio e quindi la telecamera del ROV, mostrarono la presenza di fumarole, una delle quali, al centro del grande cratere.

Si procedette quindi al prelievo di campioni di gas, grazie al braccio articolato di cui era dotato il ROV. Il grande cratere, del diametro di circa 900 metri e profondo 50, era un grande pockmark, il più grande di quelli sinora rinvenuti nel Mediterraneo (Fig. 15).
Figura 15 – Immagine multibeam del pockmark dal diametro di circa 1000 m in una elaborazione 3D
Figura 15 – Immagine multibeam del pockmark dal diametro di circa 1000 m in una elaborazione 3D

In fase di rientro al porto, un altro significativo rinvenimento: in prossimità di Capo San Marco di Sciacca, a circa 6 miglia dalla costa, il multibeam mostrò immagini relative ad un campo di pockmarks di medie dimensioni, questa volta proprio davanti le coste della Sicilia (Fig. 16).
Figura 16 – Campo di pockmarks rinvenuti al largo di Capo San Marco di Sciacca
Figura 16 – Campo di pockmarks rinvenuti al largo di Capo San Marco di Sciacca


Pockmarks e Geo-Hazard

Come avviene sulla terraferma, la liberazione repentina ed esplosiva di una sacca di gas in mare, può essere determinata oltre che dall’aumento del volume del gas, anche dall’aumento della sua temperatura o da un terremoto (Hovland, 1989) ed è la stessa esplosione, che a sua volta può determinare un terremoto; ma sotto la superficie del mare, le cose cambiano, dato che la migrazione dei fluidi, può essere interrotta dalla presenza di barriere impermeabili, depositi di sale, sabbia compatta e ghiaia; il gradiente di pressione in queste condizioni, diviene sempre più elevato, con la possibilità di un rilascio del gas, in modo violento.

Nella risalita del gas, bisogna distinguere due fasi: nella prima, il gas dal suo giacimento, arriva sino al fondo marino, con la formazione di un pockmark, risalita che come abbiamo visto è condizionata dal suo aumento di pressione e di volume; nella seconda, il gas dal fondale arriva alla superficie del mare ed in questa fase, subentra il principio di fisica che regola la risalita di una fluido sottoposto a pressione decrescente, la legge di Boyle-Mariotte: “a temperatura costante il volume di un gas varia in modo inversamente proporzionale alla pressione a cui è sottoposto”.

Nel primo caso, il rischio geologico è legato alla esplosione del gas, con la formazione di un pockmark, nel secondo, la pericolosità della liberazione di una sacca di gas, è legata alla espansione repentina del suo volume. Facendo riferimento alle strutture da ricerca-estrazione di idrocarburi offshore, nel primo caso, il rischio è a carico di oleodotti o pozzi, adagiati sul fondale marino, in prossimità del luogo dell’esplosione; nel secondo caso, quando si ha l’espansione del gas in fase di risalita in superficie, la voluminosa sacca in continua espansione, può investire una piattaforma petrolifera, danneggiandola: è quanto successo nel Golfo del Messico nel 2010 alla piattaforma Deep Water Horizon della British Petroleum, la cui destabilizzazione, determinata dall’intercettazione di un giacimento di idrato di metano, ha causato un dei più gravi disastri ambientali.

Nel caso della grande cratere da noi rinvenuto, l’intensità di migrazione ha determinato lo spostamento di notevoli volumi di sedimento marino, oltre che della colonna d’acqua sovrastante, ecco l’entità dei volumi spostati nella esplosione del vulcano di fango che ha creato il grande pockmark dello stretto di Sicilia:

volume di un cilindro di 1000 metri di diametro e di 50 m di altezza
V = (3,14 x 50 x 50) x 1000 Volume di sedimento espulso = 7.850.000 m3

È ipotizzabile che un evento di questa portata non sia potuto accadere in epoca storica: esistono numerose testimonianze riportate dai cronisti dell’epoca, del terremoto seguito da maremoto che sconvolse il mediterraneo il 21 luglio del 365 d.C., mentre non abbiamo testimonianza di un evento che deve essere stato catastrofico, come una esplosione che ha determinato la mobilizzazione violenta di 8 milioni di metri cubi di fondale marino, con le relative conseguenze: terremoto e maremoto; di fronte a questi numeri, non bisogna necessariamente ricorrere ad ipotesi come l’impatto sul fondo del mare di un meteorite, per spiegare eventi geologici capaci di comportare sconvolgimenti devastanti per tutto il Mediterraneo.

Pockmarks e Idrocarburi

Nella ricerca petrolifera, la presenza di vulcani di fango ha una grande importanza, dato che nella loro eruzione vengono espulsi sedimenti provenienti da profondità crustali che possono variare dai 2 ai 15 chilometri: lo studio di questi materiali, può dare informazioni dettagliate sulla composizione della litosfera profonda, specialmente in aree interessate dalla presunta presenza di petrolio. Il vulcano di fango viene pertanto a rappresentare un pozzo profondo naturale, un indicatore di giacimenti di petrolio (Martinelli, Panahi, 2003); inoltre, se il metano emesso spontaneamente (fluid coold seeps) risulta di natura termogenetica, è probabile che in prossimità del reservoir gassoso, possa trovarsi un giacimento di idrocarburi pesanti, per cui l’evidenza di pockmarks è spesso un indicatore della presenza di petrolio (Kvenvolden, 2003).

Questo, non rappresenta comunque un fattore favorevole per le attività di ricercaestrazione petrolifera: nel loro stesso studio, Martinelli e Panahi concludono il loro lavoro con una considerazione che rende perfettamente la pericolosità di queste strutture geologiche, in Geologia dell’Ambiente • n. 2/2016 relazione con l’attività di emunzione di idrocarburi: “From the perspective of the petroleum industry, mud volcanoes are a major geohazard”.

Ma c’è dell’altro: oltre al rischio di frane, considerato che il fondo marino in queste aree risulta composto da sedimenti poco consistenti (sloop instability), bisogna tenere conto della liberazione repentina del gas, nel caso che una sacca venga intercettata nel corso di una trivellazione, per gli effetti devastanti che, come abbiamo visto, può avere l’espansione del gas o la sua esplosione.

Gli studi dove si evidenziano questi rischi, rappresentano delle vere e proprie linee guida, di cui tenere conto anche nelle istruttorie di processi giudiziari, dopo disastri ambientali, come quello del golfo del Messico o come quello del 2006, quando l’eruzione del vulcano di fango LUSI, durante una trivellazione per la ricerca di petrolio, ha determinano l’evacuazione di 30.000 persone, in una regione a densa popolazione ad est di Java. L’eruzione di fango attiva per due anni, ha determinato la morte di 13 persone per la rottura di un gasdotto, cancellato quattro villaggi e distrutto 25 fabbriche, determinando un danno economico quantificato in circa 70 milioni di dollari.

Sui potenziali rischi rappresentati dai pockmarks, nella realizzazione di strutture offshore (piattaforme, oleodotti, scavi di trincee per il posizionamento di cavi sottomarini), gli studi di Newton et al. (1980), di Judd (1981) e di Hovland (1987), sono esaustivi: i pockmarks devono essere considerati un rischio geologico: nella pianificazione di una installazione petrolifera, in presenza di vulcanesimo sedimentario, oggi è richiesto un accurato studio dei fondali.

Quanto esposto, non è tenuto oggi nella giusta considerazione, da parte dalle società richiedenti concessioni di ricerca finalizzata alla estrazione di idrocarburi, per cui è auspicabile, una attenta verifica della congruità degli Studi di Impatto Ambientale (approntati dalle stesse società petrolifere), da parte dagli organi preposti al controllo dei SIA. Nello Studio di Impatto Ambientale dell’ENI relativo al pozzo esplorativo “Lince 1 Permesso di ricerca G.R13.AG Canale di Sicilia – Zona G” del luglio 2015, si fa menzione del fenomeno di vulcanesimo sedimentario, attiguo all’area di perforazione di un pozzo, facendo riferimento ad uno studio condotto dall’ ISMAR e dal CNR (Taviani, 2013). Dato che viene precisato che il più grande dei pockmark, è distante circa 17,5 km dal pozzo esplorativo Lince 1 (Fig. 17), è ovvio chiedersi chi definisce la distanza di sicurezza di un pozzo, di un oleodotto da un campo di pockmarks?
Figura 17 – Ubicazione del campo di pockmarks rispetto al pozzo Lince 1 (tratto dal VIA ENI del 2015 G.R13.AG Canale di Sicilia – Zona G)
Figura 17 – Ubicazione del campo di pockmarks rispetto al pozzo Lince 1 (tratto dal VIA ENI del 2015 G.R13.AG Canale di Sicilia – Zona G)
È ancora più significativo il caso dello Studio di Impatto Ambientale allegato alla istanza di permesso di prospezione in mare “d 1 G. P-. SC” presentato nel luglio del 2014 dalla Schlumberger Italiana S.p.A., relativo alla richiesta di concessione di prospezione di un’area dello stretto di Sicilia, prospiciente il graben di Pantelleria, nel quale disinvoltamente viene riportata a p. 101 una carta batimetrica (fonte Civile et al., 2010) dove viene riportata bene in evidenza (Fig. 18) una pockmark evidence!
Figura 18 – Carta morfologica allegata al VIA della Schlumberger It. del luglio 2014
Figura 18 – Carta morfologica allegata al VIA della Schlumberger It. del luglio 2014
Il sottoscritto ha evidenziato questa incongruità, rispetto alle raccomandazioni internazionali, nel corso di una audizione al Parlamento richiesta da un gruppo parlamentare, il 5 novembre 2014 e nel corso di una intervista per RAI 3 a Presa Diretta (puntata del 22 febbraio del 2015, Fig. 19).
Figura 19 – Sequenza tratta dalla puntata di TG3 Presa Diretta del 22 febbraio 2015
Figura 19 – Sequenza tratta dalla puntata di TG3 Presa Diretta del 22 febbraio 2015

E il problema è stato superato con il più semplice dei provvedimenti: in una integrazione del marzo 2015, al loro Studio di Impatto Ambientale del 2014, la Schlumberger ha sostituito la carta di Civile, con una carta batimetrica di Mascle (Fig. 20), dove i vulcani di fango, figurano solamente nel Mediterraneo Centrale (Masce et al., 2014).
Figura 20 – Carta morfologica di Mascle riportata nell’integrazione del 2015 al VIA della Schlumberger It
Figura 20 – Carta morfologica di Mascle riportata nell’integrazione del 2015 al VIA della Schlumberger It

Le esplosioni nel mare di Sciaccia

Oltre alle testimonianze riportate da Mercalli (1883), numerosi altri autori riferiscono di esplosioni e boati nel tratto di mare compreso tra Pantelleria e la costa sud-occidentale della Sicilia. “Il 18 marzo del 1828 [...]”, riferisce il naturalista siciliano Ferrara (1838), la città di Marsala “[...] ebbe una terribile scossa accompagnata da orribile scoppio sotterraneo e da fragori che venivano dalla parte del mare; la scossa fu di tre urti che si succedettero rapidamente, il mare a vista di tutti divenne nero e molto agitato; alle ore 23 dello stesso giorno, ve ne fu un’altra violentissima che si replicò dopo alquanti minuti e sempre con detonazioni e fragori dalla parte del mare”.

Significativa la testimonianza degli effetti di queste esplosioni che, si accompagnano a terremoti, così forti da determinare danni “[...] la città fu devastata e molti edifici uguagliati al suolo; il mare divenne più nero e così agitato che alcune barche furono spinte e rispinte e quasi sul punto di essere sommerse.

Il giorno dopo l’aere fu ripieno di vivissimo odore bituminoso come di solfo e i vapori che l’ingombrarono furono capaci di far vedere il sole di aspetto fosco e giallastro”. Nella testimonianza di Mercali, a proposito della già citata esplosione che investì il vascello inglese Victory si fa riferimento agli effetti del gas “[...]. Improvvisamente si diffusero nell’aria emanazioni solforose, tanto forti che l’equipaggio della nave appena poteva respirare.” (Mercalli, 1883).

Anche la disastrosa esplosione del vulcano di fango di Aragona del 27 settembre 2014, ha dato origine a un’onda sismica, rilevata dalla stazione dell’INGV di Palermo FAVR alle ore 11,52’, 30” (Fig. 21).
Figura 21 – Aragona, sismogramma del 27 settembre 2014 relativo all’esplosione del vulcano di fango (stazione FAVR dell’INGV)
Figura 21 – Aragona, sismogramma del 27 settembre 2014 relativo all’esplosione del vulcano di fango (stazione FAVR dell’INGV)
Relativamente al mare di Sciacca, eccezionale risulta la testimonianza di anziani pescatori e la consultazione di quotidiani dell’epoca, nonché cronache Parlamentari, che riferiscono di un evento occorso il 12 novembre del 1951, quando dopo un forte boato, il mare si ritirò improvvisamente, lasciando scoperti i fondali del porto e determinando la rottura degli ormeggi delle imbarcazioni; l’onda anomala con la quale le acque riaffluirono, danneggiò le strutture portuali, alcune case e diversi magazzini, comportando la dispersione di parte della flottiglia peschereccia di Sciacca, con danni stimati da una Commissione Parlamentare, superiori ai 40 milioni di lire.

L’evento è da mettere in relazione con l’esplosione di una sacca di gas, in quanto il maremoto non era stato anticipato da alcun terremoto, ma soltanto dalla violenta esplosione avvertita prima del ritiro delle acque del mare. L’evento fu così disastroso, da fare intervenire il Governo in aiuto alla popolazione, come si evince dalle Cronache Parlamentari del 1951, nelle quali è riportato che l’on. D’Amico del Collegio di Sciacca criticò il ministro, per il modesto stanziamento di 40 milioni, deliberato per riparare i danni causati dal maremoto e per risarcire i pescatori che avevano perso le loro imbarcazioni; è singolare, nel leggere le trascrizioni di questo confronto, il senso di impotenza che traspare, nel prevenire fenomeni di questo tipo: on. D’Amico “Il valore dei danni sia alle opere portuali sia all’abitato di Sciacca ammonta a parecchie centinaia di milioni mentre le somme che sono state elargite sono molto modeste. Io domando quali provvedimenti il Governo intendeva prendere al fine di evitare che altri danni possano determinarsi in simili circostanze. L’on. Sottosegretario non ha risposto nulla a questo proposito”. Risponde l’on. Camangi, Sottosegretario di Stato per i Lavori Pubblici: “Scusi, on. D’Amico, ma quali provvedimenti si possono adottare per prevenire un altro maremoto?”.

La descrizione di questo maremoto, è riportato anche in diversi quotidiani dell’epoca, ma in particolare, la corrispondenza dell’inviato di Palermo del 12 novembre 1951 per La Stampa è utile a comprendere l’entità del fenomeno e i suoi devastanti effetti: “Ieri, verso la mezzanotte e mezza nell’interno del porto di Sciacca, improvvisamente il mare si sollevava fino a raggiungere l’altezza di oltre tre metri e, con una gigantesca ondata sovrastante le banchine, si abbatteva con violenza sull’abitato. Le circostanze con cui il fenomeno si è manifestato fanno pensare a un autentico maremoto. Le barche che in numero di oltre 150 nell’angusto specchio d’acqua formavano quasi un ponte, all’urto tremendo dell’onda rotti gli ormeggi sono state trasportate via dal risucchio.

Uno spettacolo desolante si presentava nelle prime ore dell’alba nella sconvolta marina e lungo il litorale: barche affondate, rottami alla deriva, motopescherecci dalle fiancate squarciate a cavallo delle distrutte banchine. Mancano una trentina di battelli; circa duecento metri di banchina sono stati divelti dalla furia delle acque”. Quanto descritto dall’inviato de La Stampa, è utile anche a rimarcare che questi eventi, non sono lontani nel tempo: oltre quella del 1951, di esplosioni ne sono seguite molte altre, alcune considerevoli come quella del 28 luglio del 1997 e come quella al largo di capo San Marco di Sciacca, osservata da numerosi testimoni la notte del 30 agosto del 2008; una serie di boati che hanno provocato apprensione tra la popolazione di Sciacca e Menfi, sono stati avvertiti domenica 5 maggio 2012.

Uno studio geologico di questi fondali, è tutt’ora in corso, alcune sonde muti-parametro, posizionate da un gruppo di sommozzatori coordinate dallo scrivente, per l’INGV di Catania, stanno attualmente registrando diversi dati, che contribuiranno a fare chiarezza sui complessi fenomeni geologici che interessano lo stretto di Sicilia.

Note conclusive

Nei fondali dello Stretto di Sicilia si rinviene uno straordinario ecosistema, complesso e contrapposto: quello a ridosso degli edifici vulcanici, dove i basalti colonnari rappresentano un’oasi per innumerevoli specie di animali e dove il calore delle lave sembra aver modificato l’assetto genetico del Corallium rubrum, originando la splendida varietà del corallo rosa di Sciacca (Rajola, 2012) ed un altro ecosistema, quello degli ambienti profondi apparentemente deserti e inospitali, dove invece la vita pullula, rappresentata da arcaici micro-organismi, che ricorrono non alla fotosintesi, ma all’ossidazione del metano, come sorgente di carbonio.

Il vulcanesimo sedimentario sembra apparire come un fenomeno pericoloso per l’uomo e deleterio per l’ambiente, mentre come avviene per ogni fenomeno fisiologico, anche violento della natura, bisogna riconoscere gli aspetti positivi legati a questo fenomeno: se i camini idro-termali, rappresentano una fonte di minerali come ferro, manganese, nichel, rame e cobalto (Pryor, 1995) e una potenziale risorsa energetica quale fonte di energia geo-termica, ai pockmarks, spesso si associano sorgenti sottomarine di acqua dolce, una vera riserva sfruttata da diverse popolazioni di aree desertiche che trovano in mare aperto, questo prezioso approvvigionamento (Taniguchi et al., 2002); alla base del vulcanesimo sedimentario, vi è la presenza di gas che rappresenta la più grande riserva di metano del pianeta e il cui contenuto energetico, supera tutte le risorse di combustibili fossili (Claypool, 1983): ma da quanto esposto, è evidente che un loro sfruttamento implica un’attenta conoscenza dei fondali marini e una sostenibilità rispetto agli ecosistemi prossimi ai giacimenti, rimarcando l’evidenza, che le aree di pesca prossime alle sorgenti idrotermali, sono molto pescose: nello stretto di Sicilia, questa aree vengono a rappresentare vere e proprie nursery, per diverse specie di pesci.

Il vulcanesimo sedimentario, è noto nel Mediterraneo centro-orientale, mentre sono molti, i vulcani di fango ancora da scoprire nel mare di Sicilia, dato che i pockmarks sono comuni in aree dinamiche come la Sicilia, dove insistono complessi di accrezione, da spinta tettonica (Dimitrof, 2002). Ma nel momento in cui un decreto legge, il cosiddetto “Sblocca Italia” convertito in legge il 5 novembre 2014, rende più agevole il rilascio di concessioni per la trivellazione anche dello stretto di Sicilia, è improcrastinabile la mappatura di questi fondali, considerato che la presenza di vulcani attivi (Santo, 2010) e il vulcanesimo sedimentario, richiedono cautela per il geo-rischio insito alle manifestazioni parossistiche di questo fenomeno (Mazzotta, 2013).

I vulcani di fango sinora rinvenuti nel Mediterraneo, sono stati battezzati con nomi che si rifanno al mondo egizio o greco (Chefren, Eratostene, Anassimandro), per cui penso di essere in tema, battezzando il grande pockmark, rinvenuto nelle acque prospicienti le coste Sud-Occidentali della Sicilia, “Polyphemus” dato che questo grande pockmark, ricorda l’occhio di un ciclope.

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