NTC Norme Tecniche Costruzioni: dieci anni nel 2018

Data: 27/10/2017 / Inserito da: / Categorie: Informazione Tecnica / Commenti: 1

Le Norme Tecniche per le Costruzioni (NTC) attualmente in vigore sono state promulgate con il D.M. 14/1/2008 e quindi compiono dieci anni all’inizio del 2018. Il cammino per giungere ad un testo unico che raccogliesse in un solo documento le diverse norme, precedentemente emanate con D.M. distinti, è stato molto tormentato, soprattutto per il cambio di approccio operativo che ha comportato, cioè il passaggio dalle tensioni ammissibili agli stati limite.

 

Tutti, tranne forse i più giovani, ricorderanno il trauma prodotto dall’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri (OPCM) 3274 del 2003 che, in maniera per molti inaspettata e forzando con la scusa dell’urgenza i consueti iter burocratici, ha annullato la possibilità di progettare le strutture utilizzando il ben consolidato metodo delle tensioni ammissibili.

 

Gli anni immediatamente successivi sono stati caratterizzati da aspre battaglie tra chi voleva mantenersi attaccato al passato e chi voleva andare avanti quasi dimenticandolo, ma già nel 2005, con l’emanazione di una prima versione delle Norme Tecniche per le Costruzioni con il D.M. 14/9/2005, si è capito chi aveva vinto. Nonostante alcune originalità ed alcuni tentativi di compromesso, questa norma ha infatti ribadito la centralità del metodo degli stati limite nella progettazione strutturale.


NTC DELL’UNIONE EUROPEA: EUROCODICI

 

In verità le premesse per questa “rivoluzione” c’erano tutte. Fin dagli anni ’80 del ’900 si era deciso a livello europeo di preparare delle norme tecniche valide per tutti gli stati appartenenti all’Unione Europea, gli Eurocodici, e si era scelto come riferimento base per la verifica strutturale il metodo degli stati limite.

 

Verso la metà degli anni ’90 queste norme erano sostanzialmente complete, sia pure come ENV (norme europee provvisorie), ed il loro uso era consentito dalle norme italiane (si veda ad esempio la sezione 3 del D.M. 9/1/1996). In varie università, come quella di Catania in cui già allora mi trovavo, gli studenti venivano formati per operare con le norme europee, ma appena laureati si trovavano calati in un mondo professionale che usava solo il metodo delle tensioni ammissibili.

 

Le OPCM (la 3274 e le successive versioni, fino alla 3431) e le NTC del 2005 sono stati però passaggi intermedi, privi di una obbligatorietà di applicazione che è giunta solo nel 2009, un anno dopo la promulgazione delle attuali Norme Tecniche per le Costruzioni. L’evoluzione non è tuttavia terminata perché nel novembre 2014 è stata approvata dal Consiglio superiore dei lavori pubblici una nuova versione delle NTC, che ha ormai chiuso il suo iter con l’invio alla Commissione europea ed è quindi in attesa della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

 

Voglio quindi cogliere l’occasione di questo decimo anniversario per fare un bilancio dei risultati conseguiti in questi anni di applicazione delle NTC e alcune considerazioni su cosa ci dobbiamo aspettare dalla loro evoluzione futura.

 

EVOLUZIONE DELLE NORME, DEGLI STRUMENTI OPERATIVI E DELL’APPROCCIO ALLA PROGETTAZIONE

 

Una cosa che salta immediatamente all’occhio è la sproporzione tra la lunghezza dei testi delle normative del XX secolo (poche decine di pagine) e quella delle norme tecniche attuali (parecchie centinaia di pagine, anzi migliaia se si pensa agli Eurocodici). Ovviamente questo richiede una riflessione su cosa ci sia alla base, ovvero sulla distinzione tra principi (che rappresentano gli obiettivi che si vuole raggiungere) e regole applicative (che sono indicazioni autorevoli su come raggiungerli).

 

È un argomento cui tengo molto, tante volte ribadito nei corsi universitari e in quelli di aggiornamento professionale. Non mi stancherò mai di ripetere che se non si comprende veramente la differenza tra questi due concetti è arduo operare e non è possibile un dialogo tra chi progetta e chi controlla i progetti. Ed è questa distinzione che ci consente di affrontare serenamente l’inevitabile evoluzione della normativa.

 

I principi non cambiano, le regole applicative possono essere modificate. Gli Eurocodici hanno definito uno standard, che dovrà essere pienamente rispettato da tutte le norme nazionali. Le modifiche introdotte dalla nuova versione delle NTC vanno in questa direzione, in particolare correggendo alcune difformità del capitolo 7 (sismica) della versione 2008 rispetto all’Eurocodice 8 (ma non sarebbe stato più semplice dire che dobbiamo usare direttamente gli Eurocodici?). Differenze che potranno avere anche un impatto concreto, ad esempio riducendo i vantaggi (o la comodità) di progettare strutture di classe di duttilità B.

 

Anche l’introduzione di una classificazione del rischio sismico degli edifici, nata principalmente per il Sisma bonus cioè per chi deve intervenire sull’esistente, può in qualche modo influire sulla progettazione di nuove strutture, perché potremmo desiderare che esse siano di classe A+ (cosa non automatica se ci si limita al rispetto formale delle NTC). Ma queste differenze, pur spingendo a riflettere ed a mettersi continuamente in discussione, non cambiano la sostanza del modo di affrontare consapevolmente la progettazione strutturale.

 

Voglio però soffermarmi sugli effetti pratici dell’abbondanza di indicazioni delle norme recenti, mettendola in relazione con la qualità dei progettisti di strutture antisismiche. Da sempre esistono ingegneri che hanno approfondito con passione, all’università o da laureati, le tematiche della progettazione strutturale ed ingegneri che hanno scelto di occuparsi di strutture come ripiego e senza entusiasmo, dopo studi rivolti a settori completamente diversi. Non voglio certo fare discriminazioni automatiche, ma non si può negare che esistano buoni progettisti strutturali e progettisti che rasentano la sufficienza, se non peggio.

 

PROGETTAZIONE NEL PASSATO

 

Nel passato, con norme sintetiche e programmi di calcolo molto semplici, chi era esperto e conosceva bene le problematiche forniva un buon prodotto, ma giustamente chiedeva un adeguato compenso per il tempo (non poco) impiegato e la struttura progettata poteva anche essere più costosa, per tutti gli accorgimenti presi per ottenere la giusta sicurezza.

 

Chi non era esperto, invece, spesso impiegava meno tempo e si accontentava di un compenso minore; la struttura da lui progettata poteva essere anche più economica, ma proprio perché mancavano i giusti accorgimenti necessari a garantirne la sicurezza, pur nel rispetto formale della norma. Cosa sceglievano allora tanti committenti, interessati principalmente ai tempi di consegna e all’aspetto economico? Ovviamente non si può generalizzare, ma ricordo tante discussione tra colleghi su questo tema.

 

PROGETTAZIONE: APPROCCIO ATTUALE

 

Oggi le norme sono estremamente dettagliate ed i programmi di calcolo le seguono con pignoleria, quasi dimenticando la distinzione tra principi e regole applicative. Come conseguenza, anche il progettista meno esperto ottiene prima o poi, a furia di tentativi, un risultato che viene approvato dal programma di calcolo ed è quindi formalmente in regola. Ho tenuto nel passato un corso di aggiornamento professionale rivolto ai funzionari della regione Emilia-Romagna che si occupano del controllo dei progetti (quello che un tempo era, ed in tante regioni ancora è, il Genio Civile). Ho avuto così modo di vedere tanti progetti reali, sottoposti per l’approvazione.

 

Mi ha colpito, in generale, l’abbondanza nelle sezioni e nella quantità di armatura prevista, che in qualche caso mi ha posto seri dubbi sulla possibilità concreta di realizzarla: che senso ha, ad esempio, prescrivere staffe Æ8 ogni 2 cm, che praticamente creano una gabbia continua in acciaio? Mi ha colpito ancor più, però, la completa mancanza del rispetto dei principi generali di buona progettazione. Ricordo ad esempio un edificio con pareti in c.a. disposte in maniera fortemente dissimmetrica, che rendevano necessarie armature enormi in travi e pilastri per fronteggiare la grande rotazione indotta dal sisma, quando sarebbe bastato invece posizionarle diversamente.

 

Oppure un edificio con dimensioni dei pilastri tutte diverse tra loro, da normali sezioni 30´60 a pareti 30´180, dimensioni chiaramente ottenute con successivi tentativi casuali, fino a riuscire a contenere la percentuale di armatura appena al di sotto del limite del 4% dell’area della sezione (arrivava al 3.99%, non scherzo, e mi chiedo come avrebbero fatto a realizzarla in opera, in particolare nelle zone di sovrapposizione). Ovviamente questi sono esempi estremi, ma il livello medio non era un granché.

 

NORME TECNICHE COSTRUZIONI: IMPATTO REALE

 

Mi pare evidente, da quanto ho visto e raccontato, che le Norme Tecniche per le Costruzioni abbiano raggiunto l’obiettivo di ottenere costruzioni mediamente più sicure, se non altro perché il rispetto pedissequo della norma impedisce carenze clamorose. Mi sembra però altrettanto chiaro che esse non sono riuscite a migliorare la qualità media della progettazione. Probabilmente la loro complessità, che io ritengo solo apparente perché dovuta all’abbondanza di dettagli e non alla sostanza, accoppiata alla disponibilità di programmi di calcolo sofisticati, ha spinto i progettisti ad adagiarsi al comodo uso del software ed a rinunciare ad attivare il cervello.

 

Scherzando (ma non troppo) dico che per progettare in un certo modo non serve essere ingegneri. Date ad un bambino di cinque anni il programma strutturale e fateglielo usare come un videogame. Il prodotto non sarà peggiore degli esempi da me citati ed in più avrete risparmiato i soldi per la babysitter.

 

Per certi versi, mi sembra che il divario tra progettisti bravi e progettisti scarsi si sia ampliato, ma con una importante differenza rispetto al passato. Oggi chi progetta in maniera consapevole può produrre un risultato non soltanto buono, ma anche che richiede costi di realizzazione minori rispetto a quelli di una struttura realizzata a tentativi casuali.

 

Ed a volte ci sarà anche un risparmio di tempo rispetto a chi, non avendo una chiara concezione strutturale, sarà costretto a tanti tentativi prima di avere l’ok dal programma. Questi aspetti (costi di realizzazione e tempi di progettazione) potrebbero essere le armi vincenti del buon progettista, se li si potesse pubblicizzare.

 

Gli Ordini professionali fanno però un gran parlare della deontologia professionale e di quanto sia grave criticare un collega, e questa sembra quasi una manovra per nascondere ai committenti il fatto che esistono grandi differenze qualitative tra ingegnere e ingegnere. Se stiamo male e andiamo da un medico, lo scegliamo a caso o perché è il più economico? Oppure ci informiamo di chi è bravo e lo consultiamo senza preoccuparci della spesa, anzi spesso rassicurati dal fatto di avere pagato di più?

 

L’IMPORTANZA DELL’ESPERIENZA E DELLA PREPARAZIONE

 

In che modo, allora, si può diventare bravi progettisti strutturali? Sicuramente un aspetto fondamentale è l’esperienza. Tornando al paragone con i videogame, sia per uscire dalla prigione del principe di Persia (vecchio videogioco di quando io ero giovane) che per progettare una struttura antisismica occorre superare un gran numero di ostacoli (nemici e trappole in un caso, limiti di normativa nell’altro).

 

Fallire e ricominciare ci porta pian piano a saper cosa aspettarci, cosa non bisogna assolutamente fare e quali trucchi escogitare per andare avanti. Cercheremo, se possibile, di trovare dei criteri generali che ci consentano di superare nuove insidie per analogia ad altre già positivamente affrontate. Questa è l’esperienza. Ma crearsi un’esperienza è faticoso ed io ci ho messo mesi o più probabilmente anni per portare il principe di Persia all’ultimo livello.

 

I criteri generali che ho citato, nel caso della progettazione strutturale sono i cosiddetti criteri di buona progettazione, che si possono trovare descritti nei libri con più chiarezza e meno fatica di quanto costi andare a tentativi. E indicazioni operative che consentano un controllo numerico del comportamento della struttura e forniscano suggerimenti su come fare per migliorarlo sono possibili, anche se più raramente riportate nei libri. Ecco allora l’importanza della preparazione, che è la base di partenza per operare e consente di acquisire rapidamente l’esperienza necessaria ad essere un bravo progettista.

 

Io ho avuto la fortuna di svolgere attività professionale, sia in proprio che per un studio professionale di buon livello, in parallelo all’inizio della mia carriera universitaria. Ed anche oggi ho forti stimoli che derivano da enti pubblici che si rivolgono al mio dipartimento universitario per consulenze strutturali, da amici ed ex studenti che hanno problemi professionali concreti per i quali richiedono il mio aiuto, e soprattutto da studenti che affrontano ogni anno le tematiche della progettazione strutturale antisismica con gran desiderio di imparare e forte spirito critico.

 

Accoppiando a questo l’attività di ricerca universitaria, che fornisce nuovi spunti, la mia esperienza e preparazione cresce e, da buon docente, cerco di trasmetterla agli altri.

PRINCIPALI PUBBLICAZIONI

 

I miei libri derivano proprio da questo. La prima idea di un libro sugli edifici antisismici è del 1985 e si è concretizzata un libro pubblicato dalla CUEN di Napoli nel 1988. Nel 1995 ho cominciato a porre le basi di un libro sul progetto degli elementi strutturali in cemento armato. Così sono nati i libri pubblicati da Dario Flaccovio Editore di Palermo, “Il cemento armato” con la sua prima edizione del 2005 e la seconda del 2010, ed “Edifici antisismici in cemento armato” con la sua prima edizione del 2009.

 

In quest’ultimo ho cercato di trasfondere i criteri progettuali sviluppati con tanta esperienza sul campo (anche se basata principalmente sul metodo delle tensioni ammissibili) e sull’osservazione degli effetti dei terremoti vissuti, prima di tutto quello dell’Irpinia e Basilicata del 1980.

 

Ma rileggendo recentemente il testo mi sono accorto di quanto si fosse ulteriormente evoluto in meno di dieci anni il mio modo di affrontare le problematiche sismiche. Ho colto quindi al volo lo stimolo dell’editore, preoccupato che l’avvento di nuove normative mettesse fuori gioco i suoi libri, per preparare una edizione del libro fortemente rinnovata.

 

Ho avuto così la possibilità di mettere in evidenza gli effetti di questa continua evoluzione normativa, ma soprattutto di rendere ancora più chiaro ed efficace l’approccio progettuale che ho trovato veramente efficace con i miei studenti ma che è stato accettato con entusiasmo anche da tanti professionisti. Sono sicuro che questa mia fatica susciterà ancora una volta tanto interesse e non mi resta che augurare buona lettura, anche a chi, già in possesso della prima edizione, voglia comprarne la nuova versione di “Edifici antisismici in cemento armato”.

 

Aurelio Ghersi


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  • Vincenzo Nunziata

    Che dire? Bravo prof. Fin quando ci saranno ancora nelle università degli “insegnanti” come lei, ci sarà futuro di qualità culturale per le giovani generazioni. Anche se devo dire che stiamo assistendo ad un disfacimento del sistema cultura provocato da una ottusa burocrazia, ignoranza istituzionale e “inflazione” dei titoli accademici (pubblici, privati e “online”!)