Pavese dentro il fantastico postmoderno

Data: 10/01/2018 / Inserito da: / Categorie: Mondi e Culture / Commenti: 0

L’esordio letterario di Cesare Pavese è legato alla poesia, in versi densi di una tensione lirica che non lo abbandoneranno mai, neanche in seguito all’approdo alla prosa, terreno in cui risiede l’anima dell’autore che, forse più di tutti nel panorama letterario italiano, è espressione di un marcato isolamento interiore, frutto di quell’esilio dal mondo che Pavese lascia trasparire nella potenza espressiva dei suoi versi.

 

Il percorso letterario di Pavese è fatto di intrecci continui, di quell’incedere ritmico in passaggi fluttuanti dalla poesia narrativa a quella in prosa, dalla saggistica alla narrativa, fino al romanzo, a testimonianza di un’inquietudine apolide, incapace di abitare un solo luogo, ma di ricercare bellezza ovunque sia possibile.

 

I temi affrontati dall’autore spaziano dall’analisi esistenziale, a partire dal mito fino alla morte, ineluttabile compagna della vita e con essa capace di donare all’esistenza un certo tipo di sacralità che nient’altro potrebbe attribuirle.

 

La realtà delle Langhe, luogo natìo dello scrittore nel 1908, si mescola a quella dell’età adulta in una Torino che si fa teatro delle proprie proiezioni più intime, le sue componenti esistenziali.

 

Per tale motivo andrebbe superata l’associazione Pavese-neorealismo: l’opera di Pavese è immersa in un liquido amniotico di ricerca interiore, di visioni, ossessioni, interrogativi esistenziali. I conflitti interiori si scontrano con l’esistenza, dando vita a un attrito perenne tra il sentire e il vivere: nel mezzo, insondabili silenzi e fiumi di parole, contraddizioni, arte pura, fuori dal tempo.

 

Il superamento del filone neorealista è affrontato in maniera magistrale da Franco Zangrilli nel suo libro “Il piacere di raccontare. Pavese dentro il fantastico postmoderno”, in cui l’autore offre una prospettiva diversa, una lettura del fantastico nella sua produzione, collocando Pavese nel cuore della letteratura postmoderna.


Pavese dentro il fantastico postmoderno: la recensione di Diacritica sull’opera di Franco Zangrilli

Biagio Coco ne delinea i tratti salienti all’interno di una recensione apparsa nella rivista Diacritica, che dedica a Cesare Pavese molto più che delle semplici pagine, quasi un inno sublime allo scrittore piemontese.

 

Franco Zangrilli dona al lettore una visione d’insieme, una panoramica straordinaria della complessità di un autore in cui confluiscono moltitudini che chiedono di venire fuori sotto forma di parole, sempre dense di poesia anche negli scritti non poetici.

 

Zangrilli analizza molti testi, alcuni dei quali si fanno palcoscenico del tema del mito, insieme a quello della donna, figura centrale nelle elucubrazioni di Pavese.

 

Scrive Diacritica: “La donna […] diventa il correlativo fantastico ogni volta mutevole dell’animo del poeta, attraverso cui egli guarda la realtà delle cose. Altre volte la donna è figura spettrale, inquietante e sconosciuta, come Circe, Sirena, Medusa.

 

Tutte immagini utilizzate al fine di esprimere il rapporto di fascinazione e incomunicabilità che il poeta ha con il misterioso universo femminile, con la capacità stessa di descriverlo. Tutte immagini fantastiche che contengono il modello e la sua variazione, la ricerca identitaria del poeta e la riflessione sulla scrittura: «l’uomo solo conosce una voce d’ombra» e «tu non attendi nulla / se non la parola / che sgorgherà dal fondo / come un frutto tra i rami».

 

Tuttavia, sono i Dialoghi con Leucò «l’opera più autobiografica di Pavese» e anche il suo scritto più decisamente postmoderno, forse il più complesso e incompreso. «Richiede un lettore particolare, un lettore archeologo che sappia scavare nei simboli fantastici delle mitologie di epoche diverse», e non soltanto per la presenza frequente nelle sue pagine di citazioni di scrittori antichi e moderni. Nascendo borgesianamente da altri libri, qui il “raccontare”, nella complessità dei livelli messi in luce da Zangrilli già nel capitolo iniziale del suo lavoro, si riverbera da subito nella struttura stessa dell’opera: la mitologia greca diviene riscrittura programmatica”.

 

Pavese: dal neorealismo al postmoderno

 

Gli scritti di Cesare Pavese sono impastati di terra e cielo, di purificazione, di taglio radicale con la vita semplice protagonista del passato dell’autore, per fondersi alla necessità – nel periodo adulto – di un altrove, mosso dalla infinita curiosità verso i comportamenti della gente, come emerge ne “Il carcere”: romanzo scritto durante il confino in Calabria, dove non è presente solo il realismo, a testimonianza della critica di Zangrilli, ma il caos indistinto del quotidiano si mescola a immagini obnubilate dal sogno, in un deserto di solitudine in cui paradossalmente convivono figure sfocate ed emozioni estreme.

 

La poetica, la narrazione e con essa i luoghi e le immagini evocate si fanno letture attente, attraverso le parole di Franco Zangrilli, per comprendere un mondo inaccessibile, se lo si relega nel neorealismo puro.

 

Continua Diacritica, nell’analisi del lavoro di Zangrilli in cui l’autore si concentra su “La casa in collina” : “In questo romanzo nel quale Pavese torna a dimostrare il frequente recupero e riutilizzo dei propri materiali (della poesia I mari del Sud, per esempio), la narrazione vive nella tensione delle dimensioni fantastiche che appartengono al protagonista, comunque destinate al capovolgimento, al rovescio.

 

Anguilla, ritornando al suo paese, lo vede fantasticamente come luogo edenico, spazio favoloso dell’ infanzia-giovinezza, luogo dell’avventura e del viaggio, e arriva a ibridarlo con il ricordo degli anni vissuti in America, descrivendo «una California langhigiana». Altrettante volte lo scopre come «spazio memorizzato», luogo instabile intessuto di visioni, allucinazioni e ricordi, nel quale la distruzione e la violenza rimangono ritualmente connaturate, come lo sono alla natura”.

 

Franco Zangrilli ci presenta un Pavese a tratti inedito, originale, rivoluzionario, capace di mostrare i tanti volti di uno scrittore in cui vita e morte sono compagne di viaggio imprescindibili, in cui inizio e fine sono facce della stessa medaglia.

 

“L’unica gioia al mondo è cominciare. E’ bello vivere perché vivere è cominciare, sempre ad ogni istante” scrive nel suo diario “Il mestiere di vivere”, anche se, nonostante tutto, “Il dolore adesso invade anche il mattino”. Perché vivere è davvero un mestiere per cuori allenati e l’atto dello scrivere diventa, in Pavese, la sola risposta possibile nell’esercizio del mestiere supremo.

 

Il libro di Franco Zangrilli e la recensione di Diacritica sull’autore

 

Qui è possibile sfogliare online l’anteprima del libro dell’autore dal titolo “Il piacere di raccontare. Pavese dentro il fantastico postmoderno”.

 

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