Abitazioni accessibili: progettare senza barriere architettoniche

Data: 14/06/2018 / Inserito da: / Categorie: Informazione Tecnica, Progettazione - Strutture / Commenti: 0

I princìpi dell’Universal Design  sono stati enunciati nel 1989 da Ronald Mace, professore presso l’Università del Nord Carolina, definendoli come una più meditata metodologia progettuale per realizzare qualsiasi artefatto, ovvero oggetti, dispositivi, apparati, case, mezzi di trasporto, ambienti, programmi informatici e televisivi, libri e audiolibri, metodologie dell’insegnamento, e tutto quanto l’uomo utilizza quotidianamente – e non solo nel mondo industrializzato – con criteri che per-mettano a tutti, persone abili e diversamente abili, di usarli e di farne frutto, indipendentemente dalla loro età, capacità e/o condizione sociale.

 

In Italia, sotto il profilo legislativo, nello stesso anno è stato promulgato l’importante DM 236, tutt’ora vigente, che ha fornito le linee generali da applicare per garantire una buona accessibilità agli edifici e al tessuto urbano.

 

Quattro anni dopo, nel 1993, 16 Paesi della CE hanno fondato a Dublino l’EIDD European Institute for Design and Disability, ricalcando la metodologia americana e coniando il termine: design for all.

Solo dopo la pubblicazione nel 2004 del testo “Progettazione senza frontiere” (ora esaurito), alcuni fra i vari autori che si occupano di disabilità hanno cominciato a citare, oltre la dizione “design for all”, anche quella di “universal design” (progettazione universale) e il significato di “progettazione olistica” (un termine affatto recente, nato nel 1926), ma quasi tutti senza utilizzarli poi sul piano applicativo.

 

Oggi è diventato abbastanza noto che i diversamente abili – fino a pochi anni fa definiti “disabili”- sono tutti coloro che, temporaneamente o stabilmente, accusano un qualche problema che riguarda sia i cinque sensi sia tutte le patologie in generale, come la ridotta capacità di movimento o di comprensione.

 

Un po’ meno frequentemente si fa la riflessione che, temporaneamente o stabilmente, quasi tutti noi possiamo essere “diversamente abili”, perché lo siamo se portiamo gli occhiali, se abbiamo problemi di masticazione, se ci siamo fratturati un ginocchio o un polso, se soffriamo di tendinite o se ci viene il colpo della strega.  Tuttavia, ancora attualmente la legislazione vigente non è applicativa per una miriade di altri aspetti limitativi presenti nel mondo che ci circonda, come ad esempio riuscire a risolvere il problema degli svariati milioni di abitazioni private preesistenti cui si può accede solo salendo dei gradini e dotati di ascensori, cucinini e servizi igienici troppo angusti per riuscire a entrarci con una carrozzina.

 

E’ vero che il DM 236/89 prescrive delle linee guida anche per l’edilizia privata, ma sono impositive solo quando e se un’unità abitativa viene totalmente ristrutturata.

 

Si sta aggravando molto rapidamente un problema contingente (che viene approfondito nelle righe che seguono) che riguarda le numerosissime difficoltà che le persone anziane e/o diversamente abili devono superare quotidianamente nella propria abitazione, per riuscire a compiere le ricorrenti azioni quotidiane secondo il criterio dell’autonomia domestica.

 

E’ una realtà in primo luogo di natura economica, a fronte della crescente crisi di povertà che vede milioni di persone anziane o diversamente abili già oggi tirare avanti con un livello di vita molto prossimo e anche inferiore a quello della povertà.

 

La letteratura italiana sulla disabilità Escludendo i portali di alcuni enti o associazioni ( Siva, Eastin, SuperAbile, ecc.), negli ultimi dieci anni sono stati pubblicati parecchi altri volumi dedicati alla disabilità, ma l’orientamento permane quello, come nelle opere precedenti, di illustrare, talvolta anche molto bene nel particolari, i termini del DM 236/89, limitandosi a richiamare le soluzioni che sono precisate dai requisiti normativi, di come devono ad esempio essere realizzati a norma di legge una rampa, un attraversa-mento pedonale per i non vedenti, una piazzuola di parcheggio per chi si sposta in carrozzina, un ascensore o un servizio igienico dove ci si può accostare di fianco al vaso (ma assurdamente mai precisando moltissimi aspetti contingenti, ad esempio,  che chi è emiplegico può necessitare che il vaso sia libero o sul lato sinistro o sul lato destro secondo i casi, e non su uno solo!).

 

Rimanendo in questi ambiti di trattazione, è rimasta a tutt’oggi carente una trattazione approfondita della vasta gamma di argomenti specifici che coinvolgono anziani e diversamente abili nell’espletamento delle citate numerose normali funzioni e azioni quotidiane, che devono poter svolgere nella propria abitazione, senza difficoltà o preclusioni.

 

Inoltre è molto importante notare che i testi finora editi in lingua italiana dedicati alla disabilità hanno due aspetti in comune:

  • seguendo i testi di legge, esaminano l’intero ventaglio dei luoghi che possono accusare barriere architettoniche quindi innanzitutto i luoghi e gli edifici pubblici, dedicando nel libro solo qualche pagina alle problematiche delle abitazioni domestiche.

 

Principi di progettazione universale: abitazioni accessibili

 

I dati ISTAT, riferiti al 2012, primo anno in cui è entrata in vigore la riforma Fornero, precisano che quasi la metà degli italiani (il 42,6%, che corrisponde a circa 7 milioni di persone) che ha concluso la vita lavorativa, percepisce meno di 1.000 euro al mese di pensione e che oltre l’80% (pari a altri circa 7 milioni di persone)  ha una pensione inferiore a  2.000 mensili. Il 67,3% dei pensionati è titolare di una sola pensione. Il 26,5% dei pensionati ha meno di 65 anni, il 50,0% ha un’età compresa tra 65 e 79 anni, il 23,5% ha più di 80 anni.

 

Infine le donne (decisamente più longeve degli uomini) rappresentano più della metà dei pensionati (52,9%) ma percepiscono un importo medio inferiore agli uomini (13.569 euro contro i 19.395 degli uomini). Per quanto riguarda la distribuzione regionale: il 47,8% delle pensioni è erogato al Nord, il 20,5% al Centro e il restante 31,7% nel Mezzogiorno.

 

L’Italia è il paese europeo che annovera il maggior numero di anziani. Si stima che, entro il 2030, potrebbero diventare il 26,5% della popolazione. Negli ultimi 20 anni il tasso di sopravvivenza degli over 80 è inoltre aumentato del 150% e anche il numero dei diversamente abili crescerà altrettanto rapidamente.

 

A fronte di questa incontrovertibile realtà, senza suggerimenti particolari, atti a permettere di fare eseguire degli interventi a basso costo, un idraulico, quando viene richiesto di rendere accessibile un servizio igienico a chi è costretto in carrozzina, sempre che ci riesca, propone nella quasi totalità dei casi una ristrutturazione globale (nuovi apparecchi, nuova idraulica, nuove piastellature…), con una spesa che non è mai inferiore a 5000 euro.

 

In generale, proprio tutto quel che viene proposto all’anziano o al diversamente abile per migliorare la sua vivibilità, dalla forchetta con manico ergonomico alla rampa metallica da montare a fianco degli scalini di casa, viene offerto a prezzi esorbitanti: una cucina “specializzata” per diversamente abili, viene venduta a non meno di 10.000 e anche fino a 15.000 euro.

 

Per una persona anziana che vive sola, l’affitto minimo, quello di un appartamentino di 50 m2 nel nord Italia, è di 400-500 euro mensili. Aggiungendo le spese primarie di energia elettrica, gas e riscaldamento, se la stessa percepisce meno di 1.000 euro al mese di pensione, non le restano denari non solo per comprarsi un nuovo paio di scarpe, ma nemmeno per mangiare. Entro pochissimi anni, da un lato i servizi sociali non saranno più in grado di sostenere la crescente spesa pubblica per assistere sia nei centri collettivi sia a domicilio tutti gli anziani e i diversamente abili.

 

Inoltre continueranno a esserci milioni di abitazioni che rimarranno per forza di cose inaccessibili soprattutto a chi è in carrozzina, per l’impossibilità economica di effettuare interventi migliorativi, e c’è da chiedersi come un anziano o un diversamente abile potranno continuare a abitare a casa propria senza poter usare il servizio igienico o il cucinino, e poi di trovare modo di uscire e rientrare nel proprio appartamento, se non è presente un ascensore accessibile.

 

Un panettiere torinese tempo fa ha messo in bella vista un cesto pieno di forme grandi di pane invendute (quelle che si con-servano meglio) con un bel cartello sopra: “Pane avanzato di ieri, ancora buono: 0.80  € al kg”. Il cesto si vuota tutti i giorni già di primo mattino. Chi non è indigente questi episodi non li nota nemmeno.

 

Abitazioni accessibili: aspetto innovativo della collana

 

L’obiettivo della nuova serie di monografie di cui 6 di 100 pagine e 4 di 136 pagine UNI A4 ciascuna, non è solamente quello di presentare delle piccole soluzioni pratiche, atte a risolvere almeno nelle parti essenziali la problematica cui si è fatto cenno in precedenza, perché, per raggiungerlo occorre altresì fornire ai progettisti quegli indispensabili fondamenti relativi alla filo-sofia della progettazione dettati dai principi dell’Universal Design.

 

Le monografie presentano pertanto un riferimento continuo alla realtà contingente della vita quotidiana e agli aspetti del sub-strato concettuale dei canoni ampliati di progettazione, integrando tutti i vari argomenti finora considerati separatamente, per favorire il miglioramento qualitativo della progettazione stessa.

 

Le stesse riportano quindi dati parametrici dimensionali e qualitativi, di come si possono migliorare le strutture esistenti con costi contenuti, ma non sono necessariamente appesantiti da formule, tabelle o diagrammi per i calcoli progettuali, seguendo un criterio pragmatico comune precipuamente nella letteratura tecnica anglosassone e francese.

 

Le tematiche progettuali affrontate nelle monografie ricalcano quelle tradizionali, già trattate nelle ormai migliaia dei volumi tecnici editi in tutti i Paesi. Ma, mentre ulteriori testi sono tutt’ora pubblicati sui vari argomenti specifici per descrivere nuove filosofie, nuove soluzioni tecniche, nuovi materiali e nuovi dispositivi e, soprattutto, per adeguarli a una legislazione in continuo aggiornamento, non risultano integrati caso per caso con quanto attiene all’applicazione dei principi dell’universal design, aspetto che può meglio essere chiarito con un esempio che riguarda le costruzioni ospedaliere (tematica che potrà venire trattata in una successiva serie monografica). 

 

Periodicamente continuano a essere editi dei pregevoli volumi di architettura tecnica, dedicati a illustrare la progettazione dei nuovi ospedali, corredati di piante distributive e di ottime fotografie anche in quadricromia, descrivendo l’ultimo complesso supertecnologico realizzato in Nuova Zelanda a Abu Dhabi o a Shangai.

 

Ma non appaiono testi che affrontino la problematica di come intervenire sulle migliaia di ospedali preesistenti e obsoleti sotto molteplici aspetti, approfondendo argomenti molto specifici che, ad esempio, integrino le diverse conoscenze acquisite più recenti, in modo da dare una visione avanzata e globale di come si può e si deve intervenire, partendo da una panoramica che insegni come inserire in una struttura esistente e a costi accettabili nuovi materiali particolari, riorganizzare gli spazi esterni di pertinenza, migliorare l’isolamento termoacustico e volumetrico, adottare i principi della bio e eco-architettura, ottenere migliore  risparmio energetico, totale accessibilità e usabilità, e considerando le diverse specializzazioni: generale, infantile, infettivo, traumatico… Inoltre, svolgendo il percorso progettuale con una serie di monografie tematiche, se il professionista è stato incaricato di riorganizzare solo il sistema ristorativo o solo gli arredi, oppure solo lo studio cromatico, l’illuminazione, le sale chirurgiche o il day hospital, potrà limitarsi a acquistare anche una sola monografia con poca spesa.

 

I testi dedicati alle tecniche di recupero dell’esistente non esistono nemmeno per i tribunali, le carceri, gli aeroporti, le scuole, le università o le altre strutture pubbliche.

 

Ad esempio, come si deve intervenire per migliorare i reparti ospedalieri già un po’ datati, non limitandosi a inserire una rampa per gli handicappati?  Non in pochi ospedali, sono ancora utilizzate le stanze a quattro e sei letti e ci sono solo servizi igienici collettivi di stanza, oltre a quelli comuni della manica.

 

Nei vecchi ospedali, gli specchi appesi sopra i lavabi di tutti i servizi igienici, sono ancora quasi sempre montati per essere usati solo in posizione eretta. Chi è seduto in carrozzina non riesce a vedersi, gli uomini per radersi e le donne per mettersi il rossetto; le finestre nelle camere hanno parapetti alti un metro e chi è a letto o seduto vede solo un po’ di cielo o al massimo il tetto di un vicino edificio; difficilmente si riesce regolare la temperatura di camera (che molto sovente è eccessiva) e in molti ospedali il rumore della centrale di condizionamento (dove esiste!) se montata nel cortile interno, è assordante nelle camere affacciate, perché gli infissi non sono insonorizzati.

 

Ci sono delle luci di camera sovente ancora montate a soffitto e chi è adagiato sul letto supino e non si può girare su un fianco non può non fissarle per tutta la notte, anche se sono quelle attenuate notturne. Le piste colorate in blu rosso, giallo e verde, applicate sui pavimenti dei corridoi per guidare le persone ai reparti sono ritenute una grossa novità, ma sono indistinguibili dai daltonici e da tutti coloro che hanno problemi cromatici alla vista.

 

Finora nessuno ha spiegato che sono da applicare con soluzioni più appropriate. L’acustica, in particolare nei vecchi padiglioni, è degna di una sala per concerti e si sente di notte il chiacchierio non del tutto sommesso delle infermiere di turno da un capo all’altro dei lunghi corridoi. Ci si potrebbe anche chiedere perché ad esempio, nel progetto di un ospedale o di una clinica, non è ancora mai stato proposto di inserire una serra bioclimatica, per rendere più piacevole il soggiorno dei convalescenti o di chi deve attendere qualche giorno prima di poter entrare in sala operatoria.

 

Le oltre milleduecento pagine della serie monografica sono orientate al tema delle strutture residenziali private, perseguendo lo stesso criterio di trattazione già adottato nella precedente opera “Progettazione senza barriere” pubblicata nel 2004 in base al quale non ha alcun senso fare delle differenziazioni progettuali dedicandole a compartimenti stagni in ciascun caso alla persona definibile come “normale”, a quella “anziana” e a quella “diversamente abile”.

 

Si parte dal presupposto che la soluzione progettuale deve poter rispondere nei limiti del possibile a un criterio di usabilità allargata a tutto l’arco della vita e un’abitazione deve poter rimanere fruibile anche quando chi la usa, invecchiando sempre più, cade inevitabilmente in certi gradi di disabilità: non vede e non sente più bene, ha problemi di movimento, ha il sistema di termoregolazione naturale che funziona con difficoltà, se tenta ancora salire su una scaletta per lavarsi i vetri o per prendere nel piano alto dell’armadio il cambio degli indumenti col mutare di stagione, ha il frequente rischio di cadere e di fratturarsi il bacino, e così via.

 

L’ANCE ha riconosciuto che oltre il 90% dei servizi igienici delle case private esistenti è troppo esiguo per riuscire a entrarci in carrozzina né tanto meno a accostarsi al vaso igienico. Nel gennaio 2012, in Italia, gli ultracentenari erano già giunti all’incredibile numero di 17.000.

 

Molto presto ci si dovrà chiedere non tanto chi potrà avere sufficienti capitali per costruire nuove case di riposo, quanto in primo luogo chi potrà affrontare la retta mensile di soggiorno, dato che il valore medio attuale già si aggira ormai su 3.000 euro.

 

L’Opera completa dell’ingegnere Emilio Buzzelli “Principi di progettazione universale – Abitazioni accessibili” è acquistabile in pdf in tutti i principali store online!



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