Mappa rischio idrogeologico: come prevenire il dissesto

Data: 13/07/2018 / Inserito da: / Categorie: Informazione Tecnica / Commenti: 0

Nel recente contratto di governo sono affrontati due argomenti di rilevante importanza ambientale: il consumo di suolo, che tra parentesi viene declinato anche come “spreco di suolo”, e il rischio idrogeologico entrambi identificati per le linee attuative del programma.

 

Per contrastare il rischio idrogeologico, la politica vuole adottare azioni di prevenzione che comportino interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo sui siti ad alto rischio, oltre che interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, finalizzato anche alla creazione di lavoro a partire dalle zone terremotate.

 

Occorre uno strato cartografico che vada a fornire gli strumenti per dare una base di riferimento puntuale alle singole amministrazioni. Gli elementi territoriali vengono acquisiti a livello nazionale per alcuni scopi e non vengono trasferiti per gli altri usi. 

 

I Comuni, spesso, si trovano spesso senza fondi per realizzare la cartografia tecnica e ciò diventa anche una scusa pretestuosa. Bisogna che si predispongano i fondi per la cartografia, questo è il primo aspetto che non può essere tralasciato.

 

In passato eravamo abituati a pensare e progettare sulla carta, poi d’improvviso ci siamo trovati a progettare su sistemi digitali nei quali “a fatica” abbiamo portato, in digitale, il grande contenuto informativo della cartografia tradizionale. Basti pensare che solo recentissimamente molte amministrazioni regionali (tra cui anche la Regione Lazio) hanno iniziato ad usare versioni digitali “intelligenti” di una cartografia nata per la carta. 

 

Non possiamo certo confondere la cartografia digitale con quanto è comunemente chiamato “mappa di sfondo” fornita da Google Maps . Oggi la cartografia tecnica è memorizzata in geodatabase con contenuti prevalentemente vettoriali molto specifici e rispondenti alla qualità ed accuratezza richiesta dai livelli amministrativi specifici dello stato, le regioni e i comuni.

 

Non dobbiamo dimenticare che il rischio idrogeologico necessita di modelli digitali del terreno per le simulazioni di rischio e che il consumo di suolo passa su una urbanistica pianificata e rispettata e solo una cartografia tecnica collaudata può fornire un valido quanto necessario supporto.

Il nuovo modello di controllo del territorio deve passare attraverso l’armonizzazione della spesa centrale operata con organi cartografici e una centrale di controllo e ottimizzazione della spesa, che trasmetta regole e specifiche alle Regioni e anche fino all’ultima amministrazione locale che non deve più lamentare l’assenza di una cartografia aggiornata.

 

La storia della “difesa del suolo”, nel nostro Paese è profondamente intrecciata con la sua cultura tecnica. I nostri professionisti, ingegneri, geologi, architetti, hanno da sempre operato con grande competenza in linea con i migliori esperti degli altri paesi, ma le cose tuttavia, trattando di frane e alluvioni, non sempre hanno funzionato, nonostante il migliore degli auspici.

 

Molti interventi effettuati negli ultimi cinquant’anni, sono nei fatti rimasti incompleti, ma soprattutto, molti problemi, nonostante numerosi e cospicui sforzi, sono rimasti e restano tuttora irrisolti. Colpa della politica senza risorse, come si accennava poco fa, ma a onore del vero, non si tratta solo di questo.

 

La gestione del rischio idrogeologico è una questione di grande complessità. Una catena di processi fortemente “non lineari”, a partire dal clima che costituisce il primo aspetto degno di nota. Se è vero che le opere strutturali rappresentano l’elemento strategico fondamentale della lotta al dissesto, è pur vero che sulle loro spalle non può gravare l’intero onere della sicurezza. Il dissesto, i danni, le vittime che leggiamo purtroppo così spesso sulle pagine dei giornali sono frutto di una catena fenomenologica che le sole opere strutturali non sono intrinsecamente in grado di intercettare per intero.

 

Dissesto idrogeologico: prevenire è la cura

 

In Italia, per conformarsi a una pratica che solitamente caratterizza il modus operandi nel nostro paese, si interviene solto ex post, dopo che si sono verificati i fenomeni di dissesto, cercando di contrastare le frane in essere con la costruzione di sistemi di drenaggio delle acque superficiali, e le esondazioni con argini più alti e bacini di contenimento.

 

Quello che manca, nella maggior parte dei casi, è la volontà di prevenire i rischi, attraverso una sistemazione dei versanti utile a impedire a questi fenomeni di verificarsi o, quanto meno, a contenere i possibili danni. Ciò richiede, prima di tutto, una sistemazione idraulica delle aree a rischio, da attuarsi dopo un adeguato studio idrogeologico dei bacini in cui tali fenomeni si verificano più di frequente.

 

Concludiamo questa sequela di doverose riflessioni con il Rapporto del 2015 ISPRA sul dissesto idrogeologico, che presenta le mappe nazionali della pericolosità da frana e della pericolosità idraulica.

 

Un piano per arginare il dissesto idrogeologico, è un piano per impedire la costruzione in aree ad alto rischio idrogeologico e, quindi, teso a prevenire ogni catastrofe.

 

 

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