La chiesa e l’arte. Una questione di fede e maestria

Data: 02/10/2018 / Inserito da: / Categorie: Mondi e Culture / Commenti: 0

La Chiesa e la fede

La Chiesa è la comunità dei redenti in cammino verso il Regno eterno nella fede in Gesù Cristo. 

 

Nei pensieri, nelle parole e nelle opere, è la fede che la anima, la forza teologale che la spinge a fare cose più grandi (cfr. Gv 14, 12). 

 

Intesa in questo modo, la fede è un dono che viene dall’alto, da Dio. Essa sgorga dall’ascolto (cfr. Rm 10, 17) della Sua parola e giunge al cuore dell’uomo riabilitandolo divinamente. La fede è la mozione grazie alla quale i cristiani hanno dato testimonianza alla Verità divina.

Accolta dall’uomo, essa diviene in seguito un atto personale, una scelta che coinvolge tutto il suo essere: intelligenza, volontà e affettività. È grazie alla fede che il cristiano spera e ama. È in virtù di essa che diviene coraggioso e lungimirante, intraprendente e creativo, attento e sollecito. In una parola profetico. 

 

In questo senso, la virtù teologale della fede dilata i sensi e apre la mente sui semi di bontà e di verità sparsi nel mondo.[1] È in forza di essa che l’uomo contribuisce a realizzare il Regno di Dio sulla terra impegnandosi nei diritti e nel servizio dell’altro o costruendo bellezza. Già! Perché è proprio come splendore di bellezza che la fede si manifesta (cfr. Sal 50, 2). Un orizzonte percettivo che fa trasparire più chiaramente la bontà della realtà.

In ordine a Dio – e direi alla vita tutta intera – è l’apparire del bello che attrae, fa ardere il cuore e consente il movimento. Nei Vangeli, Pietro e i discepoli di Emmaus ne sono testimoni, così come la Vergine Maria, la quale magnifica Dio dopo un incontro di bellezza.[2]

La bellezza è, dunque, la condizione di possibilità affinché l’uomo ritorni a vedere Dio presente in lui e attorno a lui e avere fede nella vita e nella vita in abbondanza (Gv 10, 10). 

 

Se lo splendore di bellezza è l’esperienza vitale originante, nella comunità credente la bellezza diviene lo stile di comportamento, il modo di operare alla stregua del bel pastore (Gv 10, 14). L’arte e l’architettura dei cristiani si inserisce in questo quadro. Prima ancora di essere tekné, un saper fare, essa è un sapere destinato all’operare.[3]

Credo che una buona parte della crisi di fede nel mondo contemporaneo passi per la dismissione del fare arte, e arte bella, da parte della comunità credente. La lettera di Giacomo lo ricorda: che giova se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? … Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta. (Gc 2, 14.26)

Non c’è fede autentica, dunque, se non quella manifestata dalle opere e dalle opere belle. E tra queste indubbiamente possiamo annoverare l’arte e l’architettura.

 

Per ritornare a essere committente o artefice, la Chiesa deve, quindi, coltivare quel dono divino – la fede appunto – che l’ha costituita collaboratrice nella creazione, consentendole di riascoltare il monito antico: non temere!

La realtà, allora, si presenterà come un luogo da accogliere, custodire e orientare verso il bene. La Chiesa ritornerà, così, a essere mater et magistra. 


L’architettura agli architetti

Anche il nostro tempo ha un particolare interesse nei confronti dell’arte come una sorgente da cui attingere vita. Il turismo ne è una prova. 

 

In ogni momento dell’anno migliaia di persone si mettono in viaggio attraverso luoghi e città, visitando musei, passeggiando nei parchi, perlustrando siti archeologici o sostando nelle cattedrali e nei luoghi di culto. Questi ultimi continuano a costituire un polo di attrazione che desta grande meraviglia.

Non poche volte, infatti, questo pellegrinare si volge alla ricerca del sacro: oratori, basiliche, chiese restano mete privilegiate. Un amico architetto mi faceva notare come, a proposito del tempo libero, il trend sempre più in voga tra i cittadini spossati dal tran-tran metropolitano, sia trascorrere un periodo, anche breve, in un luogo del silenzio come conventi, monasteri o abbazie. Forse perché questi spazi continuano a rivelarsi come territori dove la verità dell’uomo si libera con maggiore slancio e profondità. 

 

Questa estate, durante un soggiorno viennese, ammirando le magistrali Kirche zum heiligen Leopold (1907) di Otto Wagner (Foto1 e 2) e Donau-City Kircke (1999) di Heinz Tesar (Foto 3 e 4) mi è ritornato in mente un tormentone che percorre la querelle circa l’arte e l’architettura sacra contemporanea: perché le chiese di oggi, spesso, non riescono a rinviare al sacro? Perché raramente affascinano e consentono con difficoltà il raccoglimento e la preghiera? E come mai, invece, i due edifici suddetti, nonostante siano contemporanei, mi hanno regalato la sosta, il raccoglimento e l’elevazione spirituale? 

 

La risposta mi è uscita d’emblée: perché sono architettura!

Nelle due chiese viennesi firmitas, utilitas e venustas, parlando in termini vitruviani, mi erano apparse palesemente, illuminandomi sulla questione: dal punto di vista architettonico o artistico la capacità di corrispondere al fine di uno spazio cultuale o di un’opera d’arte cosiddetta sacra, non è questione di epoca o di stile, né di rito o di confessione, è questione di maestria.

Otto Wagner, maestro della secessione viennese, riuscì nei suoi edifici – caroselli, palazzi e chiese -, perché era un architetto. Heinz Tesar altrettanto.

Il problema della non riuscita dell’opera d’arte sacra o dell’architettura cultuale più in generale non sta tanto nel non essere sensibile al religioso nel caso dell’esecutore ma nel non essere artista o architetto. La questione non è innanzitutto essere credente o no ma essere un professionista. La questione è vocazionale. 

 

Se la comunità illuminata dalla fede intercetterà i veri maestri ai quali affidare le proprie richieste, a questi ultimi sarà richiesto di mettere all’opera la propria maestria. Lì si gioca la partita che, fondamentalmente, è la stessa per entrambi: obbedire alla propria vocazione.  


Abbiamo bisogno di profeti e maestri

Malgrado la grande attenzione riservata da Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, pochi sono i casi riusciti che si stagliano su una drammatica mediocrità. Siamo circondati da chiese prive di dignità, quanto a qualità architettonica, invase da arredi liturgici sciatti e trascurati e “decorati” da improbabili immagini sacre. 

 

L’arte cosiddetta «sacra» è stata confinata troppo spesso a un mondo di brava gente, animata probabilmente da una fede sincera ma spesso senza un’adeguata conoscenza della tradizione artistica della chiesa e con scarsi legami con la cultura del proprio tempo – che non riesce, così, a interpretare i temi religiosi nella loro complessità semantica e nella loro densità teologica.[4]

Non è sufficiente essere buoni cristiani, direbbe il frate domenicano Marie-Alain Couturier (1897-1954), per interpretare un’immagine religiosa o concepire un edificio chiesastico


La Chiesa deve riprendere a dialogare con la cultura a lei contemporanea interpellando anche artisti che forse, per la novità del loro linguaggio o per la loro capacità critica, potrebbero disarmarla. Questo, tuttavia, potrebbe diventare preludio a veri capolavori, impedendo alla Chiesa stessa di cadere in improvvisazioni, scimmiottamenti o revival. L’architettura agli architetti!

Sono convinto che, in un’epoca in cui molti sembrando attendersi dall’arte una fonte di vitalità, sia sempre più importante onorare questa speranza e allo stesso tempo accompagnarla attraverso una maggiore attenzione. In virtù del suo essere legata al corporeo, a me sembra, infatti, che l’arte sia un mezzo di conoscenza potenzialmente in grado di rinnovare e arricchire la nostra percezione dell’esperienza spirituale e della nostra capacità di dirla.[5]

Rivendicare l’arte in campo teologico significa ricollocarla tra i luoghi della rivelazione.

L’arte dice qualcosa sull’uomo cui la teologia non può non essere interessata. 

 

Luoghi di emozioni e di passioni, di rifiuto e di distanza, le opere d’arte non possono che nutrire la riflessione teologica.

Non studiare l’arte secondo una prospettiva teologica significa non rendere ragione dell’arte stessa; e viceversa, non integrare l’arte nella riflessione della disciplina sacra non permetterebbe alla teologia di avanzare nella sua ricerca.[6]

Se la virtù della fede è un dono divino che si esprime attraverso opere capaci di sostenere l’uomo dal cadere nell’abisso della cultura del non senso, della banalizzazione o della superficialità, non produrre arte rischia di far restare il dono teologale a un livello troppo embrionale esponendosi al rigetto abortivo.

Ritengo che la produzione artistica della comunità credente sia uno dei risultati culturali più alti di ciò in cui si dice di credere, come ricorda correttamente Enzo Bianchi: “lo spazio liturgico è il luogo simbolico maggiore di formazione dell’identità cristiana, perché esso fa vedere il lessico e la grammatica della vita cristiana così come sono stati trasmesse dalla grande tradizione”.[7]

 

Palermo, 25 settembre 2018



[1] Dichiarazione Conciliare, Nostra Aetate 2.

[2] Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui» (Lc 9, 33); Essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». … Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24, 29.32); Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1, 28).

[3] In parallelo alla riflessione teologica vedi: « … poiché non vi è alcuna tékne che non sia habitus poietico accompagnato da lógos, né alcun habitus di questo genere che non sia una tékne, vi sarà identità tra tékne e habitus poietico accompagnato da lógos vero». Aristotele, Etica a Nicomaco, VI, 4, 1140a 6 ss.

[4] Andrea Dall’Asta, Quale committenza per l’arte sacra? Un dialogo tra arte e fede, in «Rivista Liturgica», gennaio-marzo 2013, numero 1.

[5] Per quest’ultimo periodo rimando agli studi: Pierangelo Sequeri (a cura di), Il corpo del logos. Pensiero estetico e teologia cristiana, Glossa Editrice, Milano 2009; Pierangelo Sequeri, L’estro di Dio, Glossa Editrice, Milano 2000.

[6] Sergio Catalano, Riflessi divini, Flaccovio, Palermo 2015.

[7] Enzo Bianchi, Discorso di apertura del convegno, in Goffredo Boselli (a cura di), “Spazio liturgico e orientamento, Edizioni Qiqajon, Magnano (BI), 2007, p. 8.

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