Due botte di scherma concettuale: l’uomo gran piaga verticale

Data: 09/10/2018 / Inserito da: / Categorie: Mondi e Culture, Senza categoria / Commenti: 0

La figura di Pilato nel romanzo di Luigi Santucci «Una vita di Cristo. Volete andarvene anche voi?»

di Vito Impellizzeri

 

1.      Il non-luogo della colpa svuotata e il fuori-luogo del sepolcro

            Mi è donata una rara possibilità: ritornare una seconda volta su uno stesso testo di letteratura, quello di Santucci, per provare a farne ancora una lettura teologica. Riflesso di quello che mi sta accadendo nella vita, una seconda possibilità dopo aver attraversato un momento molto difficile di malattia, prossimo alla morte. Ognuno quando scrive di Cristo, di Pilato scrive anche di se stesso. Almeno così è per me. Se è la seconda volta di una mia proposta di riflessione sul romanzo di Luigi Santucci “Una vita di Cristo. Volete andarvene anche voi?” ciò che è cambiato non è certamente il testo del romanzo, anzi mi è chiesto di concentrarmi solo sulle pagine che l’autore dedica alla vicenda di Ponzio Pilato, ma il fatto che sono cambiato io, profondamente cambiato, quella conversione interiore che Pilato non attende più, né forse desidera: «ho cinquant’anni. Non aspetto conversioni interiori, non aspetto più buone notizie. Se non quella che Roma mi richiami e mi metta a risposo»[1], invece questo è il mio presente e questo incide profondamente sul mio modo di rileggere le stesse pagine, il mio modo nuovo, forse un po’ azzardato ma certamente desideroso di rintracciare tra le parole della letteratura, parole di autentica umanità, quelle trame di umanità che legano la storia di Cristo e la storia di ogni uomo, proprio alla luce del vangelo, dove ognuno è ospite e completamento di quanto narrato come salvezza e come senso della storia del Cristo e in Cristo di ogni uomo e di tutti i popoli. Resto della idea forte di Montini – Paolo VI secondo cui non c’è nulla di autenticamente umano che non sia per questo evangelico, e non c’è nulla di evangelico che non riguardi ogni uomo, ponte e legame che rimanda alle pagine del Manzoni e alla proposta del Concilio Vaticano II con Gaudium et spes.

                 C’è un momento in cui ogni uomo si raccoglie e diventa il suo respiro, il suo ultimo respiro, quello con cui si consegna ai figli, ai suoi cari, a Dio, come memoria, come eredità, come amato e amante, come perdono, come domanda, come disperazione, come serenità, come paura, come smarrimento, quel momento conosce drammaticamente un momento prima, il momento prima di diventare il proprio respiro, frammento laico tra anima, corpo e spirito. È quando ogni uomo sente bussare alla porta della propria vita dal mistero dell’iniquità, il momento in cui Pilato fa apparire accanto a sé l’uomo prima di consegnarlo alla morte. Ecco di quel momento io vorrei farmi testimone attraverso le bellissime pagine di Luigi Santucci:

«perché è apparso l’uomo; l’uomo com’è, non soltanto quell’ebreo sotto giudizio; e l’uomo è questo: fantoccio tartassato dal furore del male, straziato da un odio senza logica e senza responsabili, maledizione e vittima. L’uomo, che è una gran piaga verticale, inutilmente lavata dalle madri, uno spurgo sanguigno vestito di uno straccio rosso perché gli è stato narrato che è il re di questo mondo»[2]

 

Quando mi fu affidato la prima volta questo romanzo, proprio alla luce dell’espressione forte dell’uomo gran piaga verticale, non ero, in verità, ancora capace di fermarmi e sostare nelle piaghe verticali, nelle ferite di trascendenza, nella dilaniante apertura al compiersi della vita attraverso lo iato della morte. Pensavo bastasse restare in prossimità del sepolcro, ai margini di una solitudine che segna la differenza del di/tra i morti e del di/tra i vivi, affidando alla sola risurrezione il compito di svuotare il sepolcro e riempire la carne. Pensavo che le lacrime della donna al giardino del sepolcro e la corsa dei due discepoli fossero il racconto di una prossimità evangelica con il Maestro capace di ospitare le dinamiche di risurrezione, quasi a farle diventare il disegno di una credibilità della risurrezione talmente radicata e profonda da ospitare il non senso della morte e il dolore per la perdita dell’amato. L’amore per l’amato tra i morti disegno di risurrezione per il Padre, disegno di ricerca e speranza per la donna e i discepoli, sempre opera dello Spirito. Questa prospettiva ora è cambiata, forse provata, certamente attraversata. Il momento prima del diventare il proprio respiro come consegna di sé da parte del Cristo, il momento prima del diventare il proprio respiro come affanno sotto la croce, il momento prima del diventare il proprio respiro come consegna alla morte, il momento prima del diventare il proprio respiro come consegna al Padre, il momento prima del respiro sulla croce che diventa parola di preghiera e di perdono, ecco il momento prima, secondo me, è il privilegio di Pilato. Non avrei mai percepito l’esistenza di questo autentico tempo umano, come tempo di libertà, in cui l’uomo gran piaga verticale comincia a raccogliere se stesso, se non l’avessi vissuto realmente. 

 

La letteratura che si assume il compito dell’umanesimo, non solo cristiano, di unire verità e storia, di far uscire la verità come luce ferita e debole dalle piaghe di questa e di ogni storia, attende che le proprie parole, parole vive, vengano attraversate da dentro, dove sono generate dalla carne, dal “di se stesso”, da memorie, da esperienze concrete e reali, e non solo ospitate negli accordi e nelle piazze di senso e di interpretazione, prima che essere capite e spiegate sperano di essere ascoltate e rispettate, perché testimonianza di storie umane. Io, non so ancora bene, se non lo sapevo fare o ancora non lo desideravo fare, la maturazione è un processo che accompagna il tempo come coscienza, ma oggi riconosco che nella vicenda di Gesù di Nazareth, ogni uomo riconosce se stesso, per questo nessuno può dirsi estraneo a Pilato.

            Le domande che Santucci si pone lungo il Diario di Pilato ai posteri sono le mie domande e non solo le domande di Pilato, sono domande di giustizia, sono domande di dolore, sono domande di senso, sono domande di lotta, sono domande di paura, sono domande di umanizzazione della storia: perché non basta guardare l’uomo gran piaga verticale per provare pietà? Che ha male ha fatto quest’uomo? Il grido del popolo, crocifiggilo, non è anche il mio grido di rabbia? È questione di libertà e di dignità e di scelta di prossimità tra le vittime della storia. Ecco il luogo che non conoscevo, di/tra i morti e di/tra i vivi, ora anche di/tra le vittime. Il silenzio e la paura di morire di Barabba è anche la mia, soprattutto conosco bene il suo disorientamento per la morte prima certa e poi scampata, la differenza tra il suo giorno prima di morire con quello di Gesù, i giorni della Pasqua. L’umanità del Cristo è la mia umanità, la sua mitezza, la sua dignità, la sua regalità non violenta, la sua pace, la sua verità, la sua differenza di/tra le vittime, di/tra i morti, di/tra i vivi sono la mia speranza, sono la mia domanda trasfigurata in grido e in preghiera. 

 

         Il testo di L. Santucci mi coinvolge interamente nelle parole con cui Pilato si rivolge ai capi e ai sacerdoti del popolo, questo salmo laico non penitenziale, non di richiesta di perdono, ma della proclamazione della propria discolpa, di un togliersi dalla colpa perché pur non riconoscendo nel Cristo nessuna colpa lo condanna lo stesso, paradossalmente provando a salvarlo ponendolo come scelta del popolo con Barabba, questo salmo sub specie contraria è il non luogo della colpa svuotata che diventa ironicamente e drammaticamente il momento in cui l’innocente perseguitato, il messia di pace, il servo sofferente, perseguitato in ragione del nome di Dio come sua regalità, prende il posto della colpa, diventa maledizione, si lascia trattare da peccato, il nostro peccato, così che tutti, tutti coloro che siamo schiavi e legati al peccato, tutti, proprio tutti, possiamo essere salvati e tirati fuori. Il non-luogo della colpa svuotata di Pilato con il fuori-luogo del sepolcro nel giardino mi sembra il terreno giusto dove poter tirare queste due botte di scherma concettuale[3] che avrebbe voluto poter fare il Pilato di Santucci, il Pilato che sono anch’io. 


2.  Diario ai posteri di Ponzio Pilato 

 

            La frase di avvio posta dall’autore sulla bocca di Claudia, moglie del governatore romano, sembra, sempre sub specie contraria, una sorta di antifona salmodica che riprende l’ultima beatitudine di Mt 5, 11, «Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno, e mentendo diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia»; ma una beatitudine, a cui questa segue, mi sembra più adeguata al caso di Ponzio Pilato, «Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,10) e rimanda chiaramente a come ha trattato il caso di giustizia di Gesù il Nazareno. Così in verità apre Santucci il diario di Pilato: «Non ti impicciare di quel giusto, perché oggi ho dovuto soffrire molto per causa sua»[4]. Mi sembra di rintracciare un doppio legame nascosto con il vangelo, l’oggi del venire di Gesù, ad esempio con Zaccheo o con il buon ladrone, un oggi profondamente legato alla misericordia secondo Luca, capace cioè di generare percorsi di conversione e di pentimento, e la persecuzione a causa del proprio legame con Gesù, appunto la beatitudine di Matteo. Questo sulle parole di Claudia. Di quale occasione la letteratura intuisce si tratta come buona notizia per Pilato che può giungergli dal dire di Claudia? Quale relazione può nascondersi tra le legge e il sogno? Anche qui come non pensare a Giuseppe, che uomo giusto, in sogno riceve la luce del disegno di Dio. Il sogno e la legge, un legame nascosto che diventa occasione nella bocca di Claudia. 

 

         Ma Luigi Santucci si ferma alle soglie di questa possibilità, sceglie di non attraversarla, il verbo che propone è “non ti impicciare”, confine violato tra prudenza e compassione, fossato tra legalità e giustizia. Un verbo lontano dal compito pubblico di Pilato. Lui non può non impicciarsi, allora dovrà, crede unica via percorribile, elaborare una strategia che gli permetta di fare il suo dovere senza esserne coinvolto personalmente. Mi fa sorridere la separazione tra l’operatore di giustizia e l’essere giusto. Un sorriso amaro in verità perché si pone nel terreno della scherma con due sciabole in  lotta, il principio filosofico metafisico e morale per cui l’azione corrisponde all’essere, e il principio sacramentale che differenzia l’opera di grazia dalla santità (o dalla infedeltà) di colui che compie l’atto, in ragione proprio della debolezza di ognuno di noi. Qui non si tratta semplicemente di coerenza, ma di missione. Si tratta di fare della giustizia la propria missione. Si tratta di diventare la propria missione. In una terra come la nostra, la Sicilia, il “non ti impicciare” risuona continuamente nei discorsi nascosti e quotidiani, e quando questo insegnamento drammaticamente diffuso viene smentito da uomini che hanno fatto della giustizia la propria missione, la storia, diventata dramma, elabora la categoria di eroe. È ironica, almeno ironica, una storia dove l’essere operatore di giustizia non sia semplicemente la propria responsabilità ma diventa eroismo e spesso martirio. La beatitudine, altro dall’eroismo, riflette una condizione paradossale che abita la storia di ogni Sud del mondo, la relazione con la giustizia come opera di responsabilità comune. 

 

         Claudia pone Pilato nel fossato della storia politica tra legalità e giustizia e vi depone la domanda di non entrare nella vicenda del perseguitato, perché quel fossato è costruito in ragione della condanna e non della salvezza. Il fossato della storia costruito in ragione della condanna diventerà paradossalmente il non luogo della salvezza. Cristo diventerà nostra giustizia, è in lui ogni perseguitato e vittima verrà riscattato e riconosciuto nella sua innocenza. Risulta ancora interessante, a tal proposito, che nella pagine di Santucci il riferimento che tormenta la coscienza di Pilato non è il suo legame con la legge, relazione in cui avrebbe dovuto accogliere il caso di Gesù e farsene responsabile per la condanna o per la salvezza, ma il suo legame con la moglie, il suo essere marito, non il suo essere governatore. Ma tra lui e Gesù c’è la legge con cui deve verificare le accuse con cui altri, l’aristocrazia del Tempio, lo hanno portato da lui. Inoltre con arte essi faranno avvenire un conflitto da Roma e Gerusalemme, tra Dio e Cesare, nella accusa di essersi fatto re, e faranno avvenire questo nella paura di Pilato. Ecco la ragione del fossato che la letteratura mi mostra: tanto la moglie che l’aristocrazia del tempio fanno leva sulla paura di Pilato per raggiungere i propri obiettivi, una la salvezza di Gesù dalla condanna a morte, gli altri invece proprio la condanna a morte di Gesù. 

 

         La paura di Pilato è un dato che proviene dal vangelo di Giovanni. La paura di Pilato si riscontra tra il suo pensare superstizioso, interessante che Santucci ci dica che Pilato pensa sua moglie come una maga, e il suo non volere avere questioni con Roma e con Cesare, ancora interessante che Santucci colga l’atteggiamento ambiguo e perverso dell’aristocrazia del Tempio che dichiara Cesare come l’unico re. La paura, tra superstizione e sudditanza, diventa il non luogo della legge. Resta però uno spaccato interiore di coscienza che la letteratura ci chiede di visitare. Pilato riprende la questione di Gesù in ragione del sogno di sua moglie. Il diario non è scritto con la logica di un verbale di tribunale, non si sviluppa attraverso una grammatica di sentenze e di citazioni di leggi, ma racconta l’inquietudine interiore dell’uomo, marito e governatore, di fronte alla sua esperienza dell’umano di Gesù. Il diario vuole farsi racconto dell’umano incontrato in Gesù. Un umano che è diventato la sua inquietudine interiore. Il diario forse può orientare la paura in inquietudine e trasformare il passato in memoria e la memoria in radice. Forse. 

 

        Allora il diario diventa viaggio interiore, non semplicemente nel passato della vicenda Gesù, come cronaca e testimonianza di una esperienza, ma viaggio stesso dentro le origini dell’umano che è lo stesso Pilato: appassionato di filosofia e di drammi. Anzi autore di alcuni drammi andati perduti. Qui la letteratura mi consegna una complessa ironia di ciò che è perduto come dramma. Pilato per raccontare il dramma di aver perduto Cristo, di averlo lasciato morire, di averlo condannato, ripensa a ciò che gli piaceva in coscienza e che aveva già perduto in ragione di una legge romana e di una pace politica da mantenere, in ragione di ragioni di stato a cui aveva sacrificato tutto. Quale ragione invece per cui Cristo ha sacrificato tutto? Il duello di sciabole qui si fa intenso e con colpi precisi che cercano la ferita interiore, le passioni umane tradite, i desideri sacrificati, l’umano abbandonato, in ragione di una giustizia che non salva e di una pace che non protegge gli innocenti. Il conflitto tra Democrito, Epicuro, Cesare e il Cristo perduto mostra una letteratura teologica del dramma, una teodrammatica della passione, ciò che era perduto e poi viene ritrovato. Come non pensare ai dialoghi di interiorità e di rinascita che Gesù faceva durante la notte, ad esempio Nicodemo. 

 

Qui, nel romanzo di Santucci, Pilato sceglie il diario non come via di rinascita, ma come via di svuotamento di sé dalla colpa della morte di Gesù, paradosso che ricorda invece che ad essere svuotato sarà il sepolcro, Pilato per tirarsi fuori allunga le proprie mani per lavarsi da ogni responsabilità e legame con l’uccisione del Cristo, Cristo sulla croce distende le sue mani, fino poi agli inferi nella morte, per riscattare ogni uomo dalla morte e dal peccato. Il dramma delle mani la letteratura lo riconosce. Qui la letteratura racconta che ancora Pilato ha ripreso ad usare le sue mani per scrivere. Le mani di Pilato, quelle della lavanda e quelle del diario. Qui risuona il dramma della frase del vangelo «Ciò che ho scritto, ho scritto». Scrivere di un sogno e scrivere di una condanna. Santucci nel suo romanzo non riporta il riferimento al fatto narrato dal vangelo che Pilato fa fare una iscrizione sulla croce di Gesù come motivazione della condanna ma propone la scrittura di un diario. Qui si apre una graziosa via di meditazione. 

 

Ciò che è scritto sulla croce, verità di salvezza, è per tutti, ed è perenne, ciò che Santucci fa scrivere nel suo diario a Pilato diventa proposta a colui che, in ragione della lettura, vuol discendere negli inferi della inquietudine dell’umanità di Pilato, dell’umano comune che è Pilato, in questo fossato di condanna fra legalità e giustizia, in questo sentire della paura tra superstizione e sudditanza, e rimanervi per qualche istante per riflettere sul dramma perduto, e riconoscere la differenza del regno di carità di Cristo con il potere del mondo. Mi sembra che, per me, rimanere nella inquietudine di Pilato abbia significato cercare per la seconda – prima volta quelle parole di inquietudine che legano Pilato a Gesù, che lo legano a Lui tra le parole perdute e smarrite dei drammi. I drammi dimenticati della storia e delle storie. Riflesso di letteratura di chi cerca suo figlio di/tra i perduti, di/tra i perseguitati, di/tra i morti. E non ha paura di ritrovarlo e di difenderlo, da vivo e da morto. Pilato stesso poi indicherà che proprio quest’uomo sfigurato, che non ha suscitato nessuna pietà popolare (interessante questa nota al tempo di Francesco), quest’uomo gran piaga verticale, è l’uomo. Il diario custodisce la speranza che in fondo Pilato non si sia semplicemente voluto discolpare ma abbia domandato ai posteri di essere letto nel suo contesto, compreso nelle sue paure, e per questo assolto, ovvero perdonato. 

 

            Le pagine di Santucci riescono a far cogliere la differenza dei colpi di scherma come di-scolpa e come per-dono.  Differenza graziosa tra tavoletta e diario, come opera delle mani di Pilato. Differenza evidente tra storicità dei vangeli e eco dei vangeli nella letteratura, ma proprio in questo eco di inquietudine interiore che è il diario, si apre così la domanda da cui è abitato ogni uomo, domanda che lega vangelo e letteratura, «cosa è la verità?». 

            La verità che continua a risuonare dentro Pilato è che Gesù ha qualcosa di unico, e questo lo affascina e lo seduce, e lo rende debole allo stesso tempo. Il fascino dell’umanità di Gesù era la chiave pedagogica di Paolo VI, la sua speranza era che il vangelo riuscisse ad avere sempre qualcosa di nuovo, di bello, di forte, da dire, da proporre a ciascuno, proprio alla luce della umanità di Cristo. La sua fiducia nel vangelo come significativo per ogni uomo e per tutti i popoli era la ragione profonda della sua proposta di evangelizzazione. Così per Santucci, allo stesso modo di Paolo VI, e della Gaudium et spes, ci ricorda la seduzione dell’umano evangelico di Cristo per Pilato!

            Un modo differente di essere uomo, una dignità e una mitezza che risultano ancora più evidenti dal confronto con l’umanità dei suoi accusatori, la loro cattiveria, la loro malizia, la loro malvagità. Questo contrasto tra il giorno e la notte, tra la luce e le tenebre, tra la bontà e la cattiveria, tra la mitezza e la malvagità, tra l’innocenza e la perversione, definiscono il campo di lotta dell’umano, la regione della libertà, e il fossato tra legalità e giustizia.

 

«Dicono che il Cristo è un sovvertitore, impedisce di pagare il tributo a Cesare, afferma di essere re. L’ho interrogato (è di bell’aspetto, mite e fermo nel guardare, un uomo inconsueto). Quanto al re, mi ha risposto che è re, ma il suo regno non è di quaggiù. Bah. Se è un sognatore, un mistico, non si capisce allora perché ha una sua ciurma, gira per le piazze e si mescola al popolo. Soprattutto non si capisce perché pesta i calli ai gerarchi della sua nazione»[5]

 

Può questo fossato essere riempito dalla verità? Può essere la verità il regno di giustizia e di legalità? Può realizzarsi questo? Pilato diventa, davanti all’annuncio del regno di verità e di giustizia, segno dello scetticismo, della sfiducia nella legalità, nella politica. Gesù si era dichiarato Messia, aveva quindi preteso per sé una nuova dignità regale a cui Pilato non era abituato. Ma la rivendicazione della regalità messianica era un reato, Roma doveva farsi sentire, ma questa rivendicazione non era armata, non aveva eserciti, non aveva altre leggi che la verità dell’amore, e la verità della pace. Un regno di giustizia e di pace. Il diario rivela un Pilato prefetto romano affascinato interiormente dalla questione della verità ma risoluto e lucido, abituato a stare fuori se questo fosse necessario per ristabilire e garantire l’ordine pubblico. Il fascino di un regno di verità senza armi ed eserciti viene ricondotto lucidamente a giurisdizione, la legge vuole solo certezze non domande o dubbi, che sia un sognatore, un mistico, non importa, certamente è galileo, ed è sotto la giurisdizione di Erode. Pilato non stima Erode è affascinato da Gesù, ma questo non è il suo regno, questo è il regno di Roma. Ma Erode lo ha considerato un pazzo, un uomo da rivestire con una veste bianca, quella dei mentecatti. Il colore della stoltezza della croce per i pagani; Pilato darà il colore rosso, quello dello scandalo della croce; il Figlio nella sua corporeità spogliata e crocifissa riscatterà tutta l’umanità al Padre. Qui la letteratura prepara il vedere la croce e il crocifisso come sapienza e perdono, di fronte alla stoltezza e allo scandalo. La verità di Dio Amore per noi è la croce. 

 

Che cosa è la verità? La domanda del pragmatico Pilato, buttata lì con scetticismo, è una domanda molto seria, nella quale è in gioco il destino dell’umanità. Pilato però non è solo scettico, il diario racconta di una sua paura nutrita di superstizione, dato che prende spunto dal vangelo di Giovanni che parla proprio in 19,8 della paura di Pilato di fronte a questa figura inconsueta. Mansueto come agnello condotto al macello ma inconsueto per il suo legame con un regno di verità. Mansueto ed inconsueto. Un umanità che spiazza Pilato. Ma il disorientamento di Pilato è percepito pure dagli accusatori del Cristo che faranno leva proprio su questo smarrimento e gli oppongono la paura molto concreta di perdere il favore dell’imperatore, di perdere il posto e di precipitare in disgrazia davanti a Cesare. Pilato non può perdere proprio ciò per cui ha perso tutto. 

 

           Qui il romanzo mostra una pagina carica di teologia politica: la verità non ha bisogno di essere difesa ma di essere testimoniata. Per essere testimoniata non ha bisogno di stratagemmi che la difendano e la salvino ha solo bisogno di essere annunciata, con libertà e responsabilità. La verità rende liberi. Gli stratagemmi invece vogliono prendere il posto della verità e raggiungere una falsa libertà frutto di una condanna condonata. Condannato e condonato! Questa è la falsa difesa politica della verità.

            Il dramma perduto dello stratagemma politico Santucci ce lo fa comprendere, fedele al vangelo di Giovanni, in tre differenti mosse che Pilato prova a muovere: farlo flagellare per appagare la sete di sangue del popolo e suscitare poi in loro un sentimento di pietà popolare alla vista di uno di loro massacrato tumefatto, la condizione di vittima del potere di Roma come capace di suscitare una  pietà popolare; rispettare la consuetudine della grazia della libertà ad un criminale condannato, ponendo accanto a Gesù, mansueto inconsueto, un criminale certo, violento, ribelle, conosciuto e odiato dal popolo per la sua crudeltà, barabba, (figlio del padre); la scenetta del re presentato al popolo annientato e massacrato, sempre con la decisa volontà di raggiungere la liberazione di Gesù come volontà del popolo durante i giorni della pasqua di parasceve. Ma lo stratagemma fallisce miseramente. 

 

Lo stratagemma, mostra Santucci, Pilato lo progetta su tre falsificazioni della realtà come verità: il compromesso politico della flagellazione del Cristo perché il popolo resti soddisfatto e Cristo abbia salva la pelle, ma l’innocente non deve (anche se la legge lo permette) essere flagellato, come nota lo stesso Pilato, si tratta sempre di una condanna; poi passa dal compromesso fallito al baratto: Barabba fa paura a tutti, ma il popolo, come Pilato, ha preferito rimanere nelle sue paure, e ha scelto Barabba, il figlio del padre; infine dal baratto prova di giungere alla pietà, ma la vista del sangue di Cristo e la sua inconsueta mansuetudine, non ha gridato né urlato, ma solo silenzio, è stata causa del grido del popolo di crocifiggilo. In questo modo, mi pare, il romanzo pone una differenza di salvezza tra il grido del popolo e il grido del crocifisso, e come sarà proprio il grido del crocifisso a diventare nuovamente il grido del popolo schiavo e provato dalle ingiustizie, quel grido dalla croce diventa il grido di tutta l’umanità che urla a causa della ingiustizia, anche il grido di coloro che hanno urlato crocifiggilo, stanchi di una vita di ingiustizie, vittime loro stessi. La strategia di Pilato conosce l’illusione della genialità che pretende di sciogliere e non perdere il dramma.

 

«Così camuffato da re, si svuoterà l’equivoco che li ha inferociti: che tu rivendichi un regno, di questo o di un altro mondo. La tua caricatura pesta e grottesca scioglierà il dramma. Nelle contumelie di questi uomini che ti battono e ti coprono nuovi sputi, che ti danno la canna sulla testa e ti sbertucciano inginocchiandosi e chiamandoti re dei giudei vedremo scaricarsi, come in un salasso, l’ira di tutto un popolo d’un tratta impazzito»[6].

 

Qui il colore del rosso, già evidenziato, segno dello scandalo della pietra scartata con cui Dio ha edificato la nuova umanità, si lega ad una nuova immagine molto suggestiva proposta da L. Santucci, quella del secondo corpo scorticato, dove il più leve tocco darebbe spasimo, dove cade il cuoio delle fruste, e Gesù tace! «Ma se potessi urlare il tuo grido ci spezzerebbe i timpani». Il tacere e il gridare del crocifisso, mistero del dolore che raccoglie il respiro perché l’uomo della croce diventi preghiera e perdono.

 

 3.  Ecce homo

 

Il terzo atto dunque è questa farsa di strategia che vorrebbe raggiungere la verità attraverso un soddisfare la sete di sangue del popolo facendogli sorgere una sorta di pietà popolare. Anche qui, ormai chiaramente la mia lettura del testo sub specie contraria alle pagine di una antropologia delle beatitudini propria del vangelo, si riflette quella beatitudine indicata per coloro che hanno fame e sete di giustizia, che saranno saziati. Ancora si riflette il dramma perduto della croce, dove egli stesso, il crocifisso regale spogliato chiederà da bere per compiere le scritture, dopo aver dato da bere acqua nuova al pozzo di Samaria alla donna e vino nuovo alle nozze di Cana. I salmi raccontano di una sete di Dio, di un desiderio forte. Qui la strategia politica invece vuole orientare al risultato politico di salvezza del condannato una sete di giustizia come vendetta. Ma la giustizia non avviene mai attraverso la vendetta, la vendetta non riempie la fame e la sete di giustizia, neanche questa volta. Paradossale il dramma perduto della giustizia, il condanna dovrà poi essere giustiziato. Ironia e gioco di parole che vedono sfuggire la giustizia da qualsiasi disegno di strategia politica perché essa appartiene alla verità.

Il terzo passo è l’incoronazione di spine. Pilato usa la sua inconsueta pretesa messianica di essere re di giustizia e di pace. Rivestono lui, un uomo, quest’uomo, colpito e ferito in tutto il corpo con i segni caricaturali della maestà imperiale: il mantello scarlatto, la corona di spine intrecciate e lo scettro di canne.

 

«Pilato, uomo di teatro, stratega della psicologia umana, alunno di Lucrezio, presenta il suo capolavoro. Ecco sulla loggia del pretorio appare e ha Cristo al fianco una frase studiata nella sua sobrietà lo addita: Ecco l’uomo»[7]

 

La storia delle religioni conosce la figura del re oltraggiato, affine al fenomeno del capro espiatorio. Su di lui scarica tutto ciò che angustia gli uomini per allontanarlo dal mondo. Senza saperlo, i soldati compiono quanto in quei riti e in quelle usanze non poteva realizzarsi: il castigo che ci dà salvezza, per le sue piaghe noi siamo stati guariti. (IS 53, 5). Lui gran piaga verticale ci ha salvato, guariti, sanato. Il giudice romano è sconvolto dalla maschera di sangue, teatro del dramma del figlio perduto, figura percossa e schernita di questo inconsueto perseguitato. 

 

Ecce homo: la parola acquista spontaneamente una profondità che va al di là del momento e che la lettura cerca di fissare come viaggio di coscienza. In Gesù appare l’essere umano come tale. In lui si manifesta la miseria di tutti i perseguitati e le vittime. Nella sua inconsueta mansuetudine si rispecchia la disumanità del potere dell’uomo, che schiaccia il debole e l’impotente. Resta però la percezione di Pilato, il suo disagio, di fronte a tanta regalità differente, ad una così libera dignità, dignità che viene da dentro, dalle sue certezze interiori, dalla sua verità. 

 

L’uomo percosso e umiliato si mostra in una bellezza inconsueta che rivela la dignità dell’essere figlio di Dio. In quest’uomo, ogni uomo ferito a morte, percosso, umiliato, perseguitato scopre di essere immagine e bellezza dell’essere figlio di Dio. Il dramma si celebra tra due figli, uno perduto e l’altro ritrovato, figlio dell’uomo e figlio del padre, Gesù e Barabba. Qui Gesù prende il posto di Barabba nella morte, e lo salva. La strategia politica fallimentare di Pilato viene ad essere assunta da Gesù, mistero di libertà, e redenta nel suo legame con la croce e con la morte per la nostra salvezza. Pilato non conosceva le intenzioni profonde di Gesù, il suo disegno drammatico condiviso con il Padre, intuisce e fa esperienza della sua dignità e della sua libertà inconsueta, della sua verità, della sua mansuetudine, questo lo affascina, ma sceglie di restare lucido e di gestire il presente come ordine pubblico attraverso la legge di Roma. Le pagine di Santucci fanno passare interamente il disagio di Pilato accanto a Gesù e la rabbia di frustrazione davanti ad un popolo che continua a gridare, in modo disarmante, la sua scelta di Barabba e la sua rabbia contro quest’uomo condannato che deve essere maledetto e ucciso perché si è fatto re, perché si è fatto figlio di Dio. 

 

Santucci riesce a creare un contrasto intenso di fronte a Gesù di tre tipi di uomini concretamente messi a contatto con l’inconsueta mansuetudine del Cristo: il disagio di un Pilato, che grida la non colpa di Gesù, ma che viene disarmato dal grido del popolo, il silenzio di Barabba, le gole rosse del popolo. Tre grida diverse che danno voce al dramma della croce: il grido di Pilato, urla la sua impotenza davanti alla assenza di colpa dell’accusato, impotenza di un potere di dare solo morte, un potere che non gli appartiene ma che gli è stato dato. Il grido del popolo, urla la sua rabbia, le sue ferite, il suo odio, la sua incapacità di legare nella verità la vita e la giustizia, chiunque nel popolo si riconosce nella vicenda di quell’uomo dove la vita si rivela in tutta la sua ingiustizia e in tutto il suo legame con il male e con l’iniquità, un popolo indurito dalla vita ritenuta ingiusta, che non merita di essere cambiata, redenta, liberata da un atto di giustizia, di pietà, di solidarietà, ai loro occhi Gesù è un altro che subisce la vita come ingiustizia non è l’altro da amare, da aiutare, da proteggere, da difendere, non è il prossimo, ma un’altra vittima, e il popolo entra nel suo ruolo, compito di carnefice, altrimenti lo avrebbe fatto qualcuno altro, normalmente è proprio il compito di Pilato. Il grido di Gesù sulla croce, li dove si raccoglie nel suo respiro, e per consegnarsi al Padre, si grida come preghiera e diventa il grido di tutta l’umanità. Ma qui tace. 

 

Si raccoglie nel suo respiro. Pilato ha gridato contro il popolo; il popolo ha gridato contro Gesù; Gesù non grida ora perché non ha parole contro; lui non ha mai detto niente contro qualcuno, sulla bocca di quest’uomo gran piaga verticale non ci sono mai state, neanche ora, parole contro, è la sua mansuetudine. Il nome di Dio non risuona contro l’uomo proprio perché Gesù non ha nessun nome verso cui gridare contro. Lui griderà al Padre per tutti, perché nel diventare il suo respiro, perché nel diventare preghiera, è diventato tutta l’umanità crocifissa. 

 

La letteratura ci consegna il potere nudo e svuotato di Pilato, il cuore indurito e l’impotenza davanti alla vita quando diventa male del popolo, e l’inconsueta umanità di quest’uomo, che non ha perso la sua dignità e la sua libertà, perché dalla verità, e non ha perso la sua compassione per il popolo schiacciato dal male e lo ha riscattato con il perdono, perché dalla mansuetudine. Rimane Gesù solo. Al compiersi del dramma l’umanità abbassa gli occhi, mentre quell’uomo muore con gli occhi verso il cielo. Gli occhi bassi e gli occhi verso l’alto diventano domanda perché il Padre guardi all’umanità crocifissa di Gesù e vi riconosca suo figlio e nella sua piaga verticale riconosca il dolore di ogni figlio schiacciato dalla vita, ascolti il suo grido, e si prenda cura di lui.         

 

Pilato:

«Sempre più incredibile: appena l’ho presentato sulla loggia i loro capi, le guardie e tutto il popolo dietro si sono messi a reclamare che lo facessi uccidere. Ho gridato: io non trovo in lui nessuna colpa. Ed era la quarta, la quinta, la decima volta che in questo tedioso venerdì lanciavo sul loro muso lo stesso ritornello: ma che male dunque ha fatto?»[8]

 

Le gole rosse del popolo:

«Crocifiggilo! Crocifiggilo! Tutti gridano, chi ha voce forte guarda nella bocca aperta dell’altro e lo sfida, lo vuole umiliare col rombo dei suoi polmoni più gagliardi. (…). I bambini issati in braccio alle madri ripetono il grido storpiandolo. (…). Se grideranno così forte, sempre più forte sino a sgolarsi, con questa parola, questa sola tremenda parola, schiacceranno il governatore di Roma, vedranno fuggire le legioni fortissime accampate in Giudea, atterrite dal loro coraggio di ammazzare Dio»[9].

 

Barabba:

«Un uomo gira tra la folla accalcata sotto il pretorio e non si unisce al grido comune. Poco fa lo hanno portato in trionfo, gli hanno offerto da bere, và a casa e sii allegro, gli hanno detto. Invece è rimasto. Ha guardato l’uomo di sangue sulla loggia, guarda adesso queste bocche che inchiodano sul patibolo il suo rivale sconfitto. Non torna a casa. Vorrebbe tornare là dentro la sua prigione. È un assassino, si chiama Barabba»[10]                     

 

Due disagi rimangono dalla lettura: un cuore indurito di popolo che non riesce a convergere nella pietà popolare di fronte ad un altro, tra di loro, perseguitato, ma quasi come sfida al bene che non paga e alla violenza e al sopruso che invece paga, ricorda a Dio che nella vita concreta, quella ferita e cattiva, sono proprio loro, i Barabba, ad essere vincitori, e sono proprio loro, i Gesù ad uscirne sconfitti, pagina difficile con cui il vangelo dice fino a che punto arriva il peccato a rovinare il cuore dell’uomo in una vita che diventa lotta; qui il popolo avvia una lotta con Dio per il nome del vincitore. Il popolo urla a Dio il nome di Barabba. Il popolo urla a Dio il nome di Cesare; tu Dio dove sei? Perché non intervieni in difesa dei giusti? Rachele continua a piangere i suoi figli, sono i figli della madre ad essere pianti, i figli del padre, i bar-abba non vengono mai pianti, perché alla fine vincono sempre. La storia di Israele scritta con la primogenitura dei figli dei padri e con le lacrime nascoste e gridate per i figli scartati, rifiutati, reietti, uccisi. Le madri coloro che conoscono il dolore del parto per la perdita del figlio. Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata. 

 

Altro disagio è quando Santucci scrive il terrore che nasce in chi vede che il popolo è capace di uccidere Dio, Abito questo secondo disagio con il desiderio di richiamare il cammino fatto, come fede, come liturgia, come studio, per comprendere che i vangeli non indicano affatto, come un lettore distratto potrebbe intendere, il popolo di Israele come tale colpevole di deicidio, e ancor meno i vangeli sono razzisti. Ad esempio Giovanni stesso, per quanto riguarda la nazionalità, era giudeo, esattamente come Gesù e tutti i suoi. L’intera comunità delle origini era composta da Giudei. Nel vangelo di Giovanni l’espressione “i Giudei” ha un significato preciso e rigorosamente limitato: egli designa con essa la aristocrazia del tempio. Così nel quarto vangelo il cerchio degli accusatori che perseguono la morte di Gesù è descritto con precisione e chiaramente delimitato: si tratta appunto dell’aristocrazia del tempio, ma anch’essa non senza eccezione, come lascia capire l’accenno a Nicodemo (cf Gv 7,50 ss). Questa regione del contesto ci permette anche una lettura forte di questa breve espressione del Santucci, riflesso sub specie contraria di Mt 25, ovvero ogni volta che avremo condannato e ucciso e ingiustamente un uomo in ragione della sua mansuetudine, della sua fede, della sua bontà, della sua innocenza, lo avremo fatto proprio a Dio, per questo è il momento in cui il tempo è sospeso e quest’uomo diventa ogni uomo, immagine di Dio, perché gloria di Dio è l’uomo vivente.      

 

Il diario di Pilato si conclude con il meccanismo di difesa della dis-colpa.

 

«Io non so quale responsabilità o torto si possa trovare in me, in ciò che ho fatto in questa occasione. E tale mia mancanza di corresponsabilità ho tenuto a ribadire per l’ultima volta alle cornacchie, uscendo davanti a loro: Io sono innocente, ho detto, del sangue di questo giusto: pensateci voi. Mi sono fatto portare un catino pieno d’acqua, vi ho tuffato le mani per indicare chiaramente che intendevo lavarmele d’ogni responsabilità. Davanti a loro. Ma ho scritto questa breve memoria perché intendo lavarmi le mani di Gesù Cristo anche e soprattutto davanti a voi, uomini che nascerete»[11]

 

Ancora riflesso di vangelo, sub specie contraria, sembra di rivivere il cammino dei due di Emmaus prima che lo riconoscessero nello spezzare il pane con e per loro, anche qui Pilato dice la salvezza grazie all’effusione del suo sangue, paradossalmente ricaduto sul popolo e sui loro figli, e parla della risurrezione con un distacco disarmante, come riguardasse solo Gesù e non tutti/ogni figlio. Lui è raccolto solo nel suo senso di colpa e cerca di uscirne attraverso una rielaborazione attenta dei fatti come discolpa, ma non vi riesce perché il suo legame con Gesù è più profondo a lui di quanto lui stesso avesse voluto e permesso. Ma prima ancora di accedere alla lotta dei due Pilati come conclusione mi piace qui evidenziare la scelta del futuro come diario di fronte al senso del futuro di ogni figlio come risurrezione. Resta il disagio del distacco tra un futuro segnato dalla risurrezione per i figli e un futuro come speranza che attraversa il tempo solo nel proprio nome portato/detto dai figli con una memoria benevola. Il nome dei figli è la questione vera, tra figli del padre e figli della madre, tra memoria e lotta, tra risurrezione e colpe perdonate, tra memoria e presenza viva. Può la risurrezione diventare cultura? 

 

Può la risurrezione custodire oltre la morte il figlio vivo nel suo nome? Il nome del figlio diventa memoria, quando si fa prossimo alla morte, ma il nome del figlio gridato sulla croce diventa risurrezione quando si fa prossimo a Dio, nella morte. Il nome di colui che è stato figlio nel fossato della storia tra legalità e giustizia si consegna alla verità perché il suo nome venga ricordato come buono. Quando la verità deve accompagnare il tempo, la storia, la memoria, Pilato spera che il suo diventi un buon nome. Le pagine di Santucci ci aprono la differenza del buon nome come memoria e della buona notizia come attesa come speranza. Paradossalmente Pilato non aspetta più nessuna buona notizia (vangelo) ma si vuole consegnare come buono nome, innocente, senza colpa riguardo a Cristo. Ma è attraversato dal dubbio interiore, dalla inquietudine di essere in qualche modo complice della sua uccisione. Questa è l’inquietudine interiore che ho si orienta al processo di auto-discolpa come memoria da consegnare oppure, la terza via, sceglie la carità, la buona carne, il fare le cose per compassione, per pietà, per misericordia, come l’uomo gran piaga verticale, perché anch’egli gran piaga verticale, nel suo nome che non risuona contro nessuno. La terza via di Pilato, la carità, la buona carne. 

 

Il viaggio inquieto nell’interiorità di Pilato, per uscire dalla sua (mia) paura, attraverso la memoria del buon nome, la compassione della buona carne, la speranza della buona notizia. È la cultura buona della risurrezione, è la cultura della vita buona del vangelo. È la mansuetudine inconsueta. 

 

«Il fatto è che da allora la mia vita è divisa tra due Pilati: un Pilato sempre più scettico, pago di invecchiare in biblioteca, fra il suo Epicuro e il suo Lucrezio; e un Pilato con dentro l’orrore che tutto ciò che mia moglie ha sognato sia vero, e che pertanto io abbia collaborato a  … E allora sono le vertigini del suicidio. (,,,) Qualcuno ha detto (anche Claudia) che ci sarebbe una terza via: quella di votarmi alla sua dottrina (…) di farmi magari crocifiggere. Ma è troppo tardi. Ho cinquant’anno non aspetto conversioni interiori, non aspetto più buone notizie»[12]

 

Si chiama N., di Pantelleria come me, è un giovane uomo gran piaga verticale, vittima, non ancora morto ma non più vivo, è nel giorno prima, il giorno drammatico come tempo tra la vita e la morte, perché suo padre si è suicidato quando lui era bambino, da pochi mesi ha perso un nipotino di 8 mesi, figlio del fratello e in questi giorni ha perso la sua bimba di 5 anni. Ho fatto io i funerali di questa bimba. Il suo nome mi era così familiare, il nome di Dio mi era così lontano. Il suo grido è quello del popolo, il suo grido è quello di Pilato, il suo grido è quello del crocifisso, il suo grido è il mio. Lui conosce le vertigini del suicidio. Io conosco lui, e spero di riuscire a non consegnarlo al suo destino lavandomene le mani, ma usare le mie mani per amarlo con amore di carità. Lui è la mia terza via per fare della risurrezione la cultura della vita del figlio, nel nome del padre e della madre. L’uomo gran piaga verticale tra/di vivi, tra/di morti, tra/di le vittime.

 

 

 

Bibliografia

L. Santucci, Una vita di Cristo. Volete andarvene anche voi?, Buc, San Paolo, Milano 2015

Eric Emmanuel Schimtt, Il vangelo secondo Pilato, Buc, San Paolo Milano 2013

Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, Liberare la libertà. Fede e politica nel Terzo Millennio, Cantagalli, Siena 2018

Tom Wright, Il potere e la verità, Emi, Bologna 2016

Giorgio Jossa, Gesù Messia? Un dilemma storico, Carocci, Roma 2006

Raymond E. Brown, Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 20147 

 



[1] Luigi Santucci, Una vita di Cristo. Volete andarvene anche voi?, BUC, San Paolo, Milano 2015, p. 234

[2] L. Santucci, p. 230

[3] L. Santucci, p. 226

[4] L. Santucci, p. 224

[5] L. Santucci, p.225-226

[6] L. Santucci, p. 228-229

[7] L. Santucci, p. 229

[8] L. Santucci, p. 230

[9] L. Santucci, p. 231

[10] L. Santucci, p. 232

[11] L. Santucci, p. 233

[12] L. Santucci, pp. 233-234

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