Tutto quello che sai sulla malattia è falso!

Data: 30/04/2019 / Inserito da: / Categorie: Mondi e Culture / Commenti: 0

È vero certamente che siamo ciò che mangiamo: è una correlazione persino intuitiva. Per questo il cibo è importante per la nostra salute.
 È altrettanto vero che siamo ciò che amiamo, che siamo le relazioni sociali che instauriamo. In particolar modo è vero per le relazioni su cui investiamo di più: il nostro ambiente emotivo. Parlo delle relazioni con i genitori, i fratelli, i figli, il partner, gli amici, i colleghi di lavoro, i vicini di casa. Ognuno sa quanto questo è vero. Ognuno sa quanto una ferita d’amore, cioè, un conflitto in seno alle relazioni con le persone più prossime, lasci in noi sensazioni molto forti: fino a provocare veri e propri traumi quando i conflitti che ci riguardano toccano corde particolari della nostra sensibilità.

 

Ma le emozioni e i traumi emotivi possono farci ammalare?

 

Stando alle più recenti ricerche scientifiche, ampiamente documentate nel mio nuovo libro, Tutto quello che sai sulla malattia è falsola risposta è affermativa.

 

Si tratta di una vera e propria rivoluzione paradigmatica, se consideriamo che fino ad oggi, nella medicina ospedaliera, la malattia è stata considerata per lo più un fenomeno senza causa e il decorso di una malattia è stato ritenuto avesse poco ha che vedere con le emozioni e persino con l’ambiente di ricovero. Del resto, anche nelle medicine cosiddette olistiche, tra le possibili cause della malattia sono annoverate disarmonie, violazione delle leggi di natura, alimentazione o stili di vita malsani, e poco spazio viene dato al vissuto emozionale di una persona malata e ai suoi traumi emotivi come possibili cause di una malattia. Tra le ricerche sopra menzionate, alcune, hanno comprovato addirittura che i traumi emotivi siano trasmessi per via genetica alle generazioni successive, fino alla terza generazione, influenzandone i comportamenti e la capacità di reagire allo stress.

 

Ad esempio riporto la ricerca del Mount Sinai Hospital di New York, pubblicata sulla rivista Biological Psychiatry. Analizzando il DNA di 32 ebrei deportati nei lager nazisti e il DNA dei loro figli, i ricercatori hanno scoperto che nei discendenti degli ebrei deportati erano presenti alterazioni genetiche collegabili a deficit dell’attenzione, forte stress e depressione. Tutti aspetti, questi, assenti nelle famiglie di origine ebraica vissute lontano dall’Europa durante la guerra. Queste modifiche appaiono correlate a un gene, chiamato FKBP5, che è coinvolto nella regolazione degli ormoni dello stress e nella capacità di reagire a eventi estremi. «Per quanto ne sappiamo» afferma Rachel Yehuda, una delle ricercatrici che hanno partecipato al progetto «questa è la prima dimostrazione della trasmissione di stress precedente al concepimento con cambiamenti genetici sia nei genitori che nei figli». Inoltre, la stessa ricercatrice afferma che «questi risultati rappresentano un’opportunità per imparare molte cose importanti sul modo in cui gli esseri umani si adattano all’ambiente, e su come potrebbe trasmettersi questa particolare resilienza ambientale».[1]

 

A suffragio della correlazione tra malattia fisica, traumi ed emozioni, altre ricerche hanno evidenziato che un disturbo dell’umore in età avanzata può essere in alcuni casi il segnale anticipatore dell’Alzheimer. Infatti, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, la causa del morbo di Alzheimer non va cercata, come fatto finora, nell’area del cervello responsabile della memoria, ma sarebbe dovuta alla morte dei neuroni presenti in una delle zone che governa i disturbi dell’umore. La scoperta è il risultato di una ricerca coordinata da Marcello D’Amelio, professore associato di Fisiologia umana e Neurofisiologia presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma. Lo studio getta una luce nuova su questa patologia sempre più diffusa. Finora si riteneva che a causare l’Alzheimer fosse una degenerazione delle cellule dell’ippocampo ovvero l’area cerebrale da cui dipendono i meccanismi del ricordo. La nuova ricerca invece, punta l’attenzione sull’area dove viene prodotta la dopamina ovvero un neurotrasmettitore messaggero chimico del cervello coinvolto nei disturbi dell’umore. Come in un effetto domino, la morte di neuroni deputati alla produzione di dopamina provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell’ippocampo, causandone il “tilt” che genera la perdita dei ricordi.[2]

 

Ciò detto, la medicina ospedaliera è ancora riluttante di fronte a queste ipotesi di ricerca che correlano l’origine delle malattie a traumi o a ferite d’amore e si ostina a vedere le varie parti del corpo (mente, soma e organi) come indipendenti e separate tra loro. Possibile? Neppure per la diagnostica di malfunzionamento di un’automobile è così! Alla luce di quanto detto, sappiamo che ciò che conta davvero nel causare una malattia sono i meccanismi epigenetici che registrano i cambiamenti ambientali sotto forma di resilienza. La strada per affermare con certezza scientifica quanto sostenuto nella nostra tesi è ancora lunga ma le ricerche all’avanguardia si stanno avvicinando a ritmi incalzanti verso questa nuova frontiera della scienza. Per di più ognuno, osservando se stesso, i propri familiari o amici malati e la relazione con il proprio ambiente emotivo, può davvero contribuire a tracciare i confini della ricerca scientifica in questa nuova frontiera della conoscenza.

 

Basta chiamare le cose con il loro nome, basta chiamare ciò che Freud chiamava inconscio con il nome più appropriato di istinto animale, per capire molte più cose su di noi e sul perché ci ammaliamo: il perché di nostre certe abitudini, emozioni, comportamenti e di come questi possano condurre alla malattia senza comprendere intimamente anche le nostre esigenze di animali evoluti che vivono in un ecosistema che abbiamo contribuito a plasmare in misura maggiore degli altri esseri viventi. A differenza degli altri animali, però, il nostro ambiente elettivo non è più la natura e le nostre sfide quotidiane non hanno a che fare con il vivere selvaggio ma con le città, la tecnologia e l’ambiente emotivo in cui viviamo: le relazioni con i genitori, i fratelli, i figli, il partner, gli amici.

 

Quando queste relazioni sono malate ci ammaliamo anche noi. In questo nuovo saggio sostengo che da una ferita d’amore può scaturire la malattia. Scopo della malattia è interiorizzare ed elaborare una ferita d’amore per creare condizioni adatte al nostro corpo/mente per sopravvivere in un ambiente conflittuale. Vedere la malattia in questa prospettiva ribalta il senso comune a proposito di malattia e di cura e apre alla medicina del XXI secolo, sempre più attenta a comprendere il valore della persona e della sua storia di vita personale nella cura di una malattia.

 

Simone Ramilli è un naturopata con esperienza ventennale, conosciuto per essere il naturopata degli attori di Hollywood. Nel 2004 ha fondato la Psicobiotica, disciplina che studia le correlazioni tra la malattia e i conflitti psicosomatici. È autore di numerosi saggi tra cui: Le origini della malattia, La cura. Liberi da paure e malattie, Appello agli abitanti della Terra contro il cancro della paura.

 

Non perdere l’incontro con l’autore il 7 maggio alle 18.00 alla Libreria Irnerio Ubik di Bologna in occasione del Maggio dei Libri!



[1] Frammenti di micro-RNA ricordano i traumi subiti per generazioni, www.stateofmind.it. Cfr. Sperm RNA carries marks of trauma, www.nature.com; Saab B.J., Mansuy I.M., Neuroepigenetics of memory formation and impairment: The role of micro-RNAs, Neuropharmacology, 80, 61-69, 2014; Gapp K., Jawaid A., Sarkies P., Bohacek J., Pelczar P., Prados J., Farinelli L., Miska E., Mansuy I.M., Are RNA fragment making gene twe- aks in descendants?, Nature Neuroscience, 17, 667-669, 2014; Weaver I.C.G., Cervoni N., Champagne F.A., D’Alessio A.C., Sharma S., Seckl J.R., Dymov S., Szyf M., Meaney M., Epigenetic programming by maternal behavior, Nature Neuroscience, 7, 847-854, 2004.

Genetica, studio USA su sopravvissuti Shoah: “segni del trauma in DNA dei figli”, www.ilfattoquotidiano.it.

 

[2] La depressione nell’anziano è un segno premonitore della demenza?, www.fondazioneveronesi.it.

 

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