Alla ricerca della normale tollerabilità

Data: 15/05/2019 / Inserito da: / Categorie: Informazione Tecnica / Commenti: 0
Lungi dal parodiare la monumentale opera di Marcel Proust, alla quale si guarda estremo rispetto, si coglie però il fin troppo allettante spunto per approcciare un tema controverso ed oggetto di forti contrapposizioni quale quello della “normale tollerabilità” richiamato dall’art 844 del codice civile.
 
Si tratta di un concetto “a tutto tondo” perché afferisce a molteplici aspetti del “disturbo alla persona”, pur essendosi concentrata l’attenzione prevalentemente nei confronti dei disturbi di tipo acustico, che sono stati oggetto di numerose controversie giudiziarie negli ultimi decenni, generando una copiosa mole di commenti giurisprudenziali, sui quali non si intende entrare se non del tutto marginalmente, sottolineando fin da principio che non si andrà a ragionare sulle questioni di applicabilità, sulle questioni di afferenza o su aspetti che possano in qualsiasi modo contrastare con i principi basilari che sono ormai consolidati e del tutto condivisi.
 
In questo scritto si vuole semplicemente proporre una carrellata di elementi che si ritengono utili ad una corretta ed asettica analisi di alcuni aspetti che meritano di essere ben inquadrati per evitare di scivolare lungo scarpate ripide che finora non sono state appianate e che sono all’origine di sterili discussioni ben poco edificanti, riguardanti l’applicazione del criterio tecnico di valutazione.
 

Un cenno “storico”

 
Per comprendere bene lo stato attuale occorre approcciare il tema fin dalle sue origini, astenendosi per ora da prematuri commenti, mantenendo un punto di vista del tutto asettico: quello della analisi storica.
Il codice civile [di cui fa parte il famoso articolo 844] fu emanato in piena seconda guerra mondiale (1942) epoca nella quale i problemi che ognuno doveva affrontare erano di natura tale da rendere varie sue parti (in particolare l’art 844) un codicillo di nessuna importanza.
 
Successivamente, molto tempo dopo la ricostruzione, durante il periodo di forte sviluppo economico che si estese fino agli anni centrali del decennio ’70, il sistema abitativo italiano mutò (sia nelle periferie delle città, sia nei borghi rurali) da una urbanistica basata su costruzioni monofamiliari distinte, magari con orto e giardino, ad una forma abitativa basata su edifici multifamiliari costruiti a gran velocità, progettati in base ad esigenze di massima rapidità di costruzione e disponibilità, al fine di accogliere le famiglie che si spostavano dalle aree rurali verso gli agglomerati cittadini nelle cui periferie si insediavano molteplici attività produttive che richiamavano mano d’opera.
 
Contemporaneamente si stavano diffondendo vari tipi di elettrodomestici, fino a quel momento quasi sconosciuti, i quali introducevano nelle unità abitative delle sorgenti di rumore fino a quel momento ignote.
 
Questi due fattori di seguito riassunti:
  •  l’accostamento di unità abitative leggere e poco isolanti,
  •  la mancanza di esperienza nella convivenza in condizioni di elevata densità abitativa
 
indussero i primi problemi di vicinato dai quali partirono le prime controversie giudiziarie. Verso la fine deldecennio ‘70 si istruirono i primi procedimenti sul tema, con il conseguente richiamo dell’art 844 da parte
dei magistrati, i quali affidarono a tecnici di fiducia il compito di valutarne il rispetto. Per quei tecnici il quesito proposto dai magistrati fu un problema epocale: mancavano studi scientifici, gli strumenti di misura erano costosi, di prestazioni limitate, mancavano protocolli di misura e soprattutto dei criteri valutativi. Si doveva “inventare” qualcosa.
 

La nascita del “criterio comparativo”

La situazione era assai infida: occorreva una esperienza che non era disponibile, servivano principi scientifici solidi, necessitavano protocolli esecutivi sanciti da regole tecniche. Nessuno di questi elementi era a portata di mano. Bisognava agire nei tempi imposti dalla prassi giudiziaria, si doveva escogitare un sistema che fosse nel contempo “comprensibile ai profani” e corroborato da valori ottenibili dagli strumenti disponibili (analogici, con indicatore ad ago, privi di memoria). Si ragionò così:
✔ ci si riferì alla circostanza che un raddoppio del livello energetico di un segnale acustico si concretizza in un aumento di 3 dB [conseguenza matematica], correlando a questa circostanza l’insorgere del
disturbo
✔ si estrassero alcuni elementi da una regola tecnica (ISO R1996 [1]) che si rivolgeva espressamente e senza ombra di dubbio alla valutazione del disturbo acustico in base alle reazioni delle comunità
[non al singolo individuo]
Si “impastò” il tutto e si estrasse il coniglio dal cappello.
 
Dopo l’emanazione delle prime sentenze basate sulle perizie elaborate in base a questi elementi si elaborarono anche i primi commenti giurisprudenziali, i quali, non potendo entrare nei dettagli tecnici che stavano alla base delle conclusioni delle sentenze, non fecero altro che avvalorare quanto disponibile, con ragionamenti (vale la pena di ripeterlo) del tutto condivisibili dal punto di vista dei principi che esprimevano, ma disgraziatamente ben poco solidi sotto il punto di vista strettamente scientifico e tecnico.
 
Il seguito è sotto gli occhi: la giurisprudenza, con lodevole intenzione elaborò le ben note linee di pensiero che si trovano in tutti i documenti ed i testi del settore. Queste linee di pensiero si estendono in due ambiti:
• il primo, concettuale ed applicativo, che afferisce al contesto della norma, alla sua applicabilità, alle modalità di interpretazione delle situazioni
• il secondo sconfina in ambito decisamente tecnico, giungendo quasi ad assegnare un “imprimatur” alle asserzioni sulle quali si basa il “criterio comparativo”
Tutto ciò, vale la pena di ricordarlo, sempre nella chiara intenzione della migliore tutela del soggetto che subisce i disturbi.
 
Questa è la situazione che oggi vediamo, che divide il mondo dei tecnici acustici in due fazioni principali: i sostenitori a spada tratta del “criterio comparativo” e i suoi oppositori (con varie sfaccettature e distinzioni).
A questo punto è necessario evidenziare a chiare lettere che l’unico aspetto su cui è possibile e lecito eccepire riguarda la valenza scientifica del “criterio comparativo” (mai sufficientemente provata); nulla può dirsi, invece, sugli aspetti relativi alle questioni di merito derivate dalle interpretazioni dell’art 844, sulle quali si conviene senza riserve.
 

Analisi dei fondamenti del “criterio comparativo” – l’enunciato del “criterio comparativo”

Prima di addentrarci nelle analisi del “criterio comparativo” è utile esaminare una definizione tratta da una sentenza, di seguito riportata:
“Con riferimento alla nozione di immissione eccedente la normale tollerabilità agli effetti dell’azione di cui all’art. 844 c.c. per rumore si deve intendere qualunque stimolo sonoro non gradito all’orecchio umano e che, per le sue caratteristiche di intensità e durata, può divenire patogeno per l’individuo” (Tribunale Napoli – 17 novembre 1990, Basile / Strazzullo e altro – Arch. Locazioni 1991, 578).
 
Vale la pena di osservare in quella definizione la limitazione dell’attributo “disturbante” alle sole caratteristiche di intensità (livello) e di durata dell’evento sonoro, che non sono le uniche … in vari casi l’effetto disturbante è dato da caratteristiche ben diverse, il che porta inevitabilmente a pensare che sia oltremodo necessario aprire gli orizzonti.
 
Nel paragrafo precedente si sono enunciati i due fondamenti del “criterio comparativo” il primo dei quali è ben evidenziato in una asserzione tratta da un articolo disponibile in rete [2] – come condivisibilmente osservato da una recente pronunzia di merito (App. Milano, 28.2.1995, cit.) “tale criterio, elaborato dalla giurisprudenza in assenza di una precisa indicazione legislativa della soglia di tollerabilità delle immissioni sonore, si fonda ragionevolmente sul dato, mutuato dalla scienza dei suoni, che, essendo l’intensità del suono misurabile in scala logaritmica, un aumento del rumore di fondo di 3dB(A) equivale a un raddoppio di intensità del suono e come tale provoca la reattività negativa del soggetto umano medio” ed ha il pregio di tenere conto della particolare situazione concreta, valorizzando l’insieme di suoni indistinti che costituiscono il rumore di fondo, sicché la valutazione della tollerabilità risulta mirata al luogo di destinazione delle immissioni, senza alcuna predeterminazione di valori assoluti il “busillis” sta tutto nella dichiarata consequenzialità di due accezioni tra loro invece indipendenti:
 
  • il raddoppio di livello sonoro corrisponde in valore ad un incremento di 3 dB
  •  un incremento di 3 dB sul “livello di fondo” è indicatore di disturbo: “aumenta la reattività del soggetto umano medio”
 
L’indipendenza logica delle due accezioni è evidente e non è nemmeno da discutere, che la seconda possa esseredichiarata consequenziale alla prima deve essere oggetto di una dimostrazione, che però ad oggi non è
stata mai prodotta (possono peraltro essere citati molti contesti nei quali un conclamato disturbo esce nettamente
dai confini stretti di questo inquadramento).
 
Non deve essere trascurato un aspetto basilare; occorre rispondere alla questione riassunta dalla domanda: “si tratta di condizione necessaria e sufficiente?” Solo se risultassero soddisfatte queste due condizioni [ben note in matematica, ma proprie anche della filosofia] si potrebbe concludere che il criterio comparativo può soddisfare le aspettative della magistratura giudicante. Purtroppo questo non è: sono ben noti nella pratica casi nei quali una semplice differenza di livello non consente di giungere ad una qualsiasi conclusione. Questo basta per accendere un concreto dubbio, che necessita di una risposta conclusiva ed esauriente, peraltro mai espressa.
 
Al fine di capire quali fossero state le ragioni che condussero a quella forma enunciativa, sarebbe utile esaminare i contenuti delle perizie tecniche che posero le basi di questa impostazione (questo, per ovvie ragioni
di riservatezza, non è subito possibile, le perizie rimangono sepolte negli archivi dei tribunali; ma l’importanza di una tale indagine è talmente grande che sarebbe auspicabile l’accesso alla sola componente tecnica di
quelle perizie); un esame di quel tipo, eseguito da una equipe tecnica, fornirebbe elementi importantissimi per dirimere finalmente una diatriba che si prolunga estenuante, dividendo gli esperti senza produrre quanto la magistratura chiede da sempre: rispondere in scienza a coscienza alla domanda se si rientri o no nella “normale tollerabilità” – a questo punto si aprirebbe un nuovo fronte di discussione, basato sui confini dell’incarico del tecnico, il quale dovrebbe limitarsi agli aspetti puramente tecnici, senza dare indicazioni sul rispetto del requisito normativo: ma ma non è qui che se ne deve trattare.
 
Non deve essere trascurato il fatto importantissimo che il documento normativo che si assunse come fonte proponeva espressamente l’impiego dei criteri NR “in particolare nei casi complessi e laddove si dovesse poi
procedere ad interventi di bonifica”: sorprende e sconcerta il fatto che a questi metodi non si sia mai accennato in alcun lavoro peritale [una giustificazione si può dedurre dal fatto che le analisi in frequenza, a quei
tempi, richiedevano l'applicazione di costosi moduli aggiuntivi ai fonometri].
 

I parametri tecnici del “criterio comparativo”

 
L’approccio adottato per l’elaborazione del criterio comparativo giurisprudenziale nella sua semplicità ha una logica, basata sul fatto che se un evento rumoroso emerge in una definita misura nei confronti di un contesto “di base”, allora si è in presenza di un disturbo. Il confronto avviene tra due grandezze, ed il risultato non deve superare un valore prestabilito (3 dB): queste due grandezze devono essere acquisite strumentalmente.
 
Vale la pena di aprire due brevi parentesi, su aspetti aspetto che necessiterebbero di una trattazione molto estesa, che si omette per ragioni di brevità:
  • il primo riguarda la circostanza che in varie situazioni l’effetto disturbante non dipende da un rumore che emerge sul contesto in virtù di un livello maggiore, bensì per altre caratteristiche (ciclicità, impulsi, frequenze dominanti, specifici contenuti che il sistema uditivo discrimina, …)
  • il secondo afferisce all’incertezza di misura. L’incertezza è un “effetto indesiderato” originato dal fatto che ogni operazione di misura interferisce con l’evento misurato, perturbandolo, non consentendo quindi di esprimere un risultato “secco” e preciso, bensì un valore che starà entro un intervallo, il che può compromettere in modo determinante il confronto per differenza tra valori misurati non troppo diversi tra loro. Ora, sempre in relazione al concetto di incertezza di misura, si deve menzionare la problematica relativa alla ripetibilità ed alla riproducibilità della misura stessa. Questi fattori in genere sono trascurati, con ovvia conseguenza che i valori ottenuti e poi utilizzati per l’applicazione del criterio comparativo risultano inattendibili, pertanto non validi ai fini probatori.

Riferendosi ai documenti resi disponibili in rete da vari autori, le due grandezze che si mettono a confronto nell’applicazione del criterio comparativo furono “estratte” dalla ISO R1996:1971 – la quale, non è pleonastico ripeterlo, era una norma sperimentale [una Raccomandazione] rivolta alla valutazione del disturbo in base alle “reazioni delle comunità”.
 
Preme ora evidenziare che quel testo normativo:
• fu ritirato nel 1984 poi sostituito dalla norma ISO 1996 che vide varie versioni successive, l’ultima delle quali è vigente dal titolo e dal paragrafo “oggetto” di quel documento si deduce con certezza che esso era destinato alle valutazioni di tipo collettivo e non individuale
• da esso si trassero alcuni spunti, tralasciando peraltro altri passaggi molto importanti e significativi, che avrebbero aiutato non poco alla comprensione delle effettive questioni connesse al disturbo acustico.
 
Da tutto ciò sono arguibili dapprima una notevole “instabilità” del ragionamento che fu adottato e poi uno “scollamento” tra lo spirito della norma e quello della verifica della “normale tollerabilità” nel senso giuridico dato dall’art. 844 c.c.: un confronto approfondito delle “definizioni” sulle quali si fonda il Criterio Comparativo con i contenuti della citata ISO R 1996:1971, risulta chiarificatore e sarà proposto dettagliatamente nel prossimo articolo.
Finora si è accettato il valore di 3 dB che si è consolidato in prassi negli anni passati, ma non ci si è posti il problema di analizzarne la rispondenza alle aspettative: è esso funzionale alla dimostrazione della presenza
di un disturbo? Una conferma di questo indicatore deve venire dalla risposta positiva a queste questioni:
• si tratta di un valore coerente e sufficiente? Il valore di 3 dB non trova dimostrazione scientifica, come già enunciato, inoltre un facile esperimento dimostra che un differenziale di 3 dB non è praticamente percepibile al sistema uditivo di
un soggetto normoudente.
• si tratta di un parametro che descrive tutti i casi? L’esperienza insegna che molte situazioni, se analizzate con questo metodo portano a risultati opposti … pur in presenza di evidente
situazione di disturbo
• si tratta di un parametro applicabile a qualsiasi persona? Teoricamente si, ma l’articolo 844 indica senza ombra di dubbio che deve essere applicato ad un soggetto “normale” – questo requisito dovrebbe essere verificato a priori.
 
Le grandezze sulle quali operare per applicare detto criterio sono:
  •  il livello del rumore percepito durante l’attività della sorgente disturbante
  •  il livello del rumore “di fondo”
Questi due “oggetti” devono essere confrontati e il divario tra essi non deve superare il valore di 3 dB.
 
Nel prossimo articolo elaboreremo questi elementi in base alla specifiche deducibili da descrizioni disponibili pubblicamente.
 
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