Criptovalute: come funzionano e quanto rivoluzionano il concetto di fiducia

Data: 07/02/2020 / Inserito da: / Categorie: Attualità e innovazione, Economia - business, Informazione Tecnica / Commenti: 0



Ormai da qualche anno si sente parlare sempre più di blockchain e criptovalute, bitcoin, smart contract e chi più ne ha più ne metta. 
 
Spesso e volentieri tuttavia c’è solo la percezione che si stia parlando di una tecnologia rivoluzionaria ma non vi è realmente la cognizione di cosa sia concretamente. Proprio come successe con Internet oltre 30 anno fa, molti stanno cercando maldestramente di cavalcare l’onda dell’innovazione inserendo la buzzword “blockchain” un po’ ovunque, senza tuttavia studiare e applicare realmente la tecnologia per le finalità più indicate. 
 
La verità è che abbiamo tutti intuito che siamo davanti ad un nuovo paradigma per la gestione e la sicurezza delle informazioni e stiamo anche intuendo che oggi le informazioni valgono molto più di qualsiasi altro asset (oro, petrolio, denaro, ecc). È come tale che questa tecnologia va affrontata e studiata, cercando il meno possibile di paragonarla a strutture o processi che già conosciamo. Allora forse sì che saremo in grado di capire veramente fino in fondo la portata rivoluzionaria della blockchain a tutte le sue applicazioni più svariate.
 
Basterebbe pensare ad esempio ad una delle sue caratteristiche più importanti, l’essere basata su un consenso distribuito e decentralizzato, proprio come Satoshi Nakamoto (pseudonimo dell’inventore o degli inventori di questa tecnologia) ci indicava fin dal suo primo documento esplicativo, in cui sostiene che l’unico modo per uscire dai fallimentari sistemi tradizionali centralizzati (come ad esempio le banche) sia proprio l’utilizzo di un sistema decentralizzato la cui governance spetti unicamente al 50% + 1 dei partecipanti alla rete, dunque alla maggioranza. 
 
Sì, perché il singolo essere umano sta fallendo, o forse ha già fallito, e cercherà sempre di avere dei profitti o dei vantaggi a discapito di un altro essere umano, dunque la disonestà è ormai dilagante al giorno d’oggi, ma la maggioranza degli esseri umani è ancora onesta e tende ad esserlo. È forse proprio questa l’unica speranza per un futuro democratico, equilibrato e meritocratico? Sono forse proprio la matematica e la crittografia le uniche nostre possibilità di “incentivare” un disonesto ad essere onesto e fare rete? Secondo Satoshi Nakamoto e, ad oggi, milioni di altre persone, sì.
 
Ciò significa, dunque, che questa tecnologia si pone come nuovo concetto di fiducia in un mondo dove ormai tra noi umani la fiducia non esiste più. Nella blockchain, infatti, il meccanismo di fiducia si basa sul fatto che tutti, alla pari, possono vedere e verificare ogni informazione in eterno, neutralizzando così la convenienze di un’eventuale operazione di corruzione o truffa. La decentralizzazione e la trasparenza rendono obsoleto il concetto stesso di fiducia. Essendo tutti alla pari e nelle stesse condizioni di azione, sparisce totalmente l’utilità degli intermediari fiduciari che da secoli gestiscono qualsiasi sistema tradizionale. 
 
Se è vero che “l’occasione fa l’uomo ladro”, la blockchain non permette che ci sia mai l’occasione per esserlo.

Questa tecnologia permette, in sintesi, di fare due cose fondamentali: registrare un qualsiasi tipo di evento ed assicurarsi che questa registrazione rimanga immutabile in eterno. Dunque, ciò è particolarmente utile e vantaggioso per esempio in situazioni in cui due persone devono fare un accordo ma non si fidano l’uno dell’altro. La blockchain permette, attraverso una sua applicazione definita appunto “smart contract”, di portare a termine con successo un contratto o una transazione tra due o più persone senza che ci sia più bisogno di fiducia o garanzie. 
 
 Per darvi modo di capire in maniera semplice e pragmatica in cosa consista e come funzioni la blockchain possiamo fare un salto nel passato ed ascoltare una storia realmente accaduta. Era l’anno 1.400 d.c. circa. In Micronesia, in un’isola chiamata tutt’oggi Isola di Yap, gli indigeni iniziavano a sentire il bisogno di avere una prima forma di moneta per regolare i propri scambi. Fu così che durante una spedizione in canoa nella vicina Palau gli yapesi scoprirono il calcare (roccia non presente sulla loro isola, dunque preziosa) e decisero di trasportarlo per utilizzarlo come prima forma di moneta.
 
Partirono così numerose spedizioni che portarono migliaia di rocce (denominate poi “Rai”) sull’Isola di Yap che gli abitanti utilizzarono come “denaro di pietra”. Fin qui tutto bene. I primi problemi sorsero quando gli yapesi si accorsero che le pietre più grosse erano davvero difficili da trasportare e se lasciate incustodite  potevano essere rubate da altri abitanti del luogo. 
 
Fu allora che inventarono un metodo che oggi potremmo definire una primordiale forma di blockchain: ogni abitante avrebbe tenuto un registro dove annotare la proprietà di ogni singola pietra Rai, e quando si fosse presentata la necessità di regolare una transazione avrebbe provveduto ad aggiornare il proprio registro sollecitando anche tutti gli altri abitanti dell’isola ad effettuare la stessa operazione. Così facendo il controllo delle transazioni non era nelle nelle mani di una autorità centrale (quella che oggi chiameremmo banca) alla quale sarebbero dovute delle commissioni. Quindi, era impossibile che il proprietario di una pietra spendesse due volte lo stesso importo dal momento che nel frattempo tutti avevano aggiornato il proprio registro, ed era allo stesso modo impossibile che qualcuno si proclamasse illegittimamente proprietario di una pietra rubata: tutti avevano ben chiaro chi possedesse ogni pietra in ogni momento. 
 
Già 600 anni fa l’uomo ha avuto bisogno di inventare un sistema decentralizzato simile alla blockchain per sopperire al problema della fiducia, oggi ha semplicemente modernizzato questo protocollo applicandolo a tecnologie attuali che nel 1.400 di certo non potevano esistere.
 
È ormai chiaro come i prossimi anni ci vedranno coinvolti in un necessario adeguamento sociale a questa e tante altre innovazioni tecnologiche che stiamo comprendendo veramente poco, per evitare come spesso accaduto in passato di rimanere indietro rispetto al resto del mondo o, peggio, di non recuperare mai il gap tecnologico che ci permetterebbe di essere più competitivi a livello globale, è necessario informarsi e formarsi riguardo tecnologie emergenti come la blockchain. È proprio con questo spirito che il libro “Da Zero alla Luna” permette anche ad un neofita di partire da Zero ed essere in grado di arrivare “to the Moon” (sulla Luna) insieme a tanti altri esperti e professionisti che hanno intuito in anticipo le potenzialità di questa tecnologia e vogliono rendersi protagonisti di un futuro che cambia giorno dopo giorno e che è già quasi passato.
 
È il momento di allacciarsi le cinture e salire sul razzo…

 

 

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