Rivoluzione digitale: dall’homo sapiens all’homo digitalis al tempo del Coronavirus

Data: 16/04/2020 / Inserito da: / Categorie: Economia - business, Mondi e Culture / Commenti: 0

 
Giorgio Modesti, autore del libro “Abbiamo fatto rete! ovvero come creare modelli di business sostenibili attraverso reti professionali di successo è strenuamente convinto che l’umanità si trova di fronte ad un passaggio epocale che potrebbe cambiare il modo stesso di pensare, di fare le cose, di vivere. Cerchiamo di capire il suo punto di vista.
 
Nella prefazione al mio libro, Lorenzo Ait, sostiene che “Il Neanderthal ci superava in tutto, tranne in una cosa: non sapeva creare reti di persone… Il Neanderthal poteva mentire, era mediamente intelligente quanto il Sapiens. Ma il Sapiens sapeva far riconoscere altri individui della sua specie attorno a concetti e valori. Per sviluppare questa capacità ha rinunciato a molto: muscoli, zanne, istinto predatorio. Però ha pagato, noi siamo diventati la specie dominante”.
 
La nostra intelligenza ci ha consentito di creare connessioni tra le persone, fino all’arrivo dell’era digitale.
 
Inizialmente abbiamo vissuto la digitalizzazione come un piccolo vantaggio tecnologico: il disco non era più di vinile, ma su CD, e poteva contenere un maggior numero di tracce e una maggiore stabilità del substrato, le fotografie venivano scattate su pellicola e poi su un sensore digitale, in modo tale che si poteva vedere immediatamente la fotografia appena scattata, e magari avere la possibilità di cambiare il tempo di posa e l’apertura del diaframma, o semplicemente di riscattare la foto se veniva mossa, l’orologio digitale costava di meno ed era mediamente più preciso di quello analogico. Piccoli miglioramenti. 
 
Ma la tecnologia digitale ci nascondeva ben altro che allora non eravamo in grado davvero di comprendere. L’aver trasformato un disco di vinile o una pellicola fotografica in una sequenza tipo 00100100101011101001 avrebbe avuto un impatto molto maggiore nella nostra cultura, gettando le basi per una rivoluzione di tipo culturale. Infatti, si sa, le sequenze di numeri, una volta in rete, una volta sparate a un satellite diventavano condivisibili ed utilizzabili. 
 
Le fotografie, la musica, i video, una volta in rete e sempre disponibili, la sincronizzazione spazio-temporale che ci informa dove siamo, come ci stiamo muovendo, hanno trasformato gli oggetti in codici. Anche il concetto di proprietà è venuto meno, in quanto smaterializzato. Anche molti dei costi sono diminuiti, senza per questo essere diminuita la qualità delle immagini, del suono, delle riproduzioni. Già questi aspetti sono stati sufficienti a trasformare la nostra società in modo estremamente veloce. 
 
Si parla oggi di società liquida, ossia di società in continua evoluzione, cui sono venute meno molte delle strutture su cui si fondava in passato. Ma a questo dobbiamo aggiungere un ulteriore elemento. I numeri possono essere usati e passando attraverso algoritmi e spazi di memoria possono essere compresi, memorizzati, archiviati, studiati a livello statistico. 
 
E questo ha prodotto una nuova rivoluzione, ancora in corso, la cosiddetta intelligenza artificiale. Se una sequenza di numeri tutti uguali o simili tra loro è interpretabile da una macchina che riesce a capire che io ascolto soltanto musica jazz, o che percorro sempre quel tratto di strada, la stessa macchina sarà anche in grado di inviarmi la pubblicità di un concerto jazz, o informarmi che oggi più persone emettono la stessa sequenza di numeri su quella strada e di conseguenza la strada sarà trafficata. Ecco allora che il codice digitale ha subito un ulteriore passaggio, dopo aver volatilizzato il disco di vinile, dopo aver smaterializzato la proprietà del bene, ora diventa anche informativa per il tipo di musica che comunemente ascolto o predittiva sul traffico che incontrerò tornando a casa.
 
Forse non ce ne siamo accorti, ma intorno a noi esiste già una nuova popolazione dotata di intelligenza. Si tratta di cloud di computer che sono in grado di prendere decisioni ed agire di conseguenza. Intendiamoci, i computer non pensano, non provano emozioni, non amano, non odiano, non cercano comprensione, non provano empatia. Però i computer hanno una grande capacità di gestire i numeri, e i numeri si sa, sono facili da interpretare, come le pagelle a scuola: se prendevi 8 voleva dire che eri andato bene. Immaginiamo allora un computer che, in base al punteggio, allo score, sa valutare se quel comportamento è condiviso. Se ci pensiamo, è proprio questo il successo di Google come motore di ricerca, l’aver trasformato la ricerca di keywords in una conta del numero di hyperlink. Ma adesso le macchine possono apprendere dai nostri comportamenti e hanno imparato ad influenzare le nostre prossime scelte. 
 
Il Covid-19 o Coronavirus è la dimostrazione che potrebbe sopravvivere soltanto l’homo digitalis, che non ha bisogno di uscire di casa per creare il suo business e il suo universo. Anzi, parlando con colleghi ed amici, tutti coloro che lavorano nel mondo digitale stanno avendo in questi giorni tantissimo lavoro in più, ed essendo generalmente liberi professionisti, questo significa per loro un’importante crescita dei loro fatturati.
 
In realtà il Coronavirus è un test per una nuova economia digitale. Se oggi dovessimo fare un bilancio di quante ore abbiamo trascorso nel traffico inutilmente, di quanti giorni abbiamo dedicato a viaggi di lavoro, incontri che si sarebbero potuti fare con la stessa efficacia con una videochat o una telefonata, o condividendo online una presentazione.
 
Questa semplice constatazione può modificare nel profondo tanti aspetti della nostra stessa vita, ossia il modo in cui comunichiamo, il modo in cui lavoriamo, studiamo, ci formiamo su un determinato argomento.
 
È veramente necessario andare a scuola o all’Università fisicamente, quando piuttosto le lezioni si possono seguire online?  È veramente necessario stringere un accordo con un cliente guardandosi negli occhi, sapendo che questo incontro porterà inevitabilmente ad avere prezzi più alti e margini ridotti?
 
La rivoluzione digitale è solo agli albori, ma siamo sicuri che sarà veloce nel propagarsi: è infatti bastato che fossimo obbligati a trascorrere alcuni giorni a casa per far decollare molti di quei business che utilizzano la rete internet per comunicare, per eseguire operazioni bancarie, per informare, per studiare e fare esami online. Una spinta causata dalla necessità, ma anche la presa di coscienza che il mondo digitale è già maturo per poter affrontare questa sfida. Forse aveva solo bisogno di una prova generale, un test in cui per la prima volta il mondo digitale diventa più connesso del mondo fisico.
 
I vantaggi? Oltre a una riduzione importante dei costi, anche l’inizio di un modo nuovo di pensare, un nuovo mindset che potrà portare ad una ulteriore accelerazione nello sviluppo dell’infrastruttura digitale. 

Fotografia: L”homo Sapiens, a differenza del Neanderthal, cacciava con strumenti predisposti con il manico, e risparmiava del tempo per creare statuette artistiche e doni per le donne e i bambini. E noi? 
 
La mia conclusione è che l’insieme della tecnologia digitale e dell’intelligenza artificiale siano di per sé sufficienti a decretare la trasformazione dell’homo Sapiens in homo Digitalis. Questa trasformazione, per la prima volta, non è avvenuta con l’estinzione di una specie a vantaggio di un’altra, ma soltanto attraverso la trasformazione degli strumenti in nostro possesso. Come il pollice opponibile ha permesso agli ominidi di sviluppare gli arti anteriori, così la rivoluzione digitale ha permesso la smaterializzazione della realtà e la sua trasformazione in un universo pieno di numeri che possono essere decifrati, analizzati e valutati da server e computer.
 
Ci era chiaro tutto questo? Ora il nostro compito è quello di assimilare questo cambiamento, farlo nostro. Non dobbiamo giudicarlo, il cambiamento, dobbiamo accettarlo, è inevitabile che sia così. Piuttosto ora dovremmo provare, anche nel business, a gestirne i vantaggi.

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