Il Pantheon di un eroe oscuro: il palazzo ideale di Cheval

Data: 21/04/2020 / Inserito da: / Categorie: Mondi e Culture / Commenti: 0


L’ingegnere Francesco Clemente ci fornisce altri misteriosi e affascinanti dettagli su un’opera considerata “sui generis” e, forse per questa ragione, ritenuta un esempio di architettura sbalorditiva che nel tempo ha attirato l’interesse di esperti, turisti e curiosi: il palazzo Cheval.
Buona lettura!

Dal ritrovamento della prima pietra nel fatidico mese di aprile del 1879 Fernand Cheval, l’umile postino rurale di Hauterive, continuo’ per due anni a raccogliere i suoi meravigliosi sassi nelle campagne e dai greti dei torrenti della Drôme e a metterli l’uno sull’altro contro il muro di cinta del suo giardino, legandoli con cemento ed ornandoli con gusci  di ostriche  e conchiglie marine che gli forniva un suo  parente  di Lione. 
 
Servendosi di armature interne di filo di ferro, iniziò  a dar  vita alle immagini che aveva visto nei libri e nelle  forme capricciose  delle nuvole:  elefanti,  orsi, palmizi,   cactus, struzzi,  cervi,  uccelli  di ogni genere che  si  muovevano fra laghetti,  grotte e cascate in miniatura. In quei primi due anni  di lavoro realizzo’ così quella  che simbolicamente ed indicativamente chiamò “La Source de la Vie” nei quadernetti di scuola che per tutta la vita riempi’ in una sorta di autobiografia dell’anima; la Sorgente della Vita sgorgava da un paesaggio favoloso al centro del quale una coppia arcaica e primordiale era pietrificata per l’eternità sotto un  palmizio di gusci d’ ostrica. 
 
Conquistato  dal  risultato, cominciò una  piccola  grotta decorativa  (alla maniera delle “grottailles” roccocò), ed  una seconda fontana, simmetrica alla prima rispetto alla grotta.
 
Forse  perché pensava al mare che egli sapeva come una  volta coprisse la Drôme (quante volte aveva visto nelle sue  pietre  i resti favolosi  di  animali marini fossili!), o forse perché sentiva  il carattere simbolico dell’acqua, materno brodo pri­mordiale, o forse semplicemente perché l’acqua era un elemento immanente  nel paesaggio geografico e culturale della Drôme, la cosa cresceva nel suo orto e nella sua mente sotto il segno dell’acqua, e  prendeva sempre più la forma di uno scoglio  marino favoloso, incrostato di forme fantastiche e di gusci di  conchiglie.
 
Dopo  altri tre anni di duro lavoro eseguito nel  pochissimo tempo libero che gli rimaneva, vinto ed affascinato da ciò  che si  era materializzato nelle sue mani, dette inizio  sul fianco destro di quanto aveva già realizzato ad “una tomba (…)  nello stile  dei  Re Faraoni“, ed a seguire, simmetricamente sul  lato sinistro, ad un “Tempio Indù“. Creò affianco al Tempio Indù una grotta guardata da anima­li e piante fantastici, nella quale pose il Museo, una collezione di fossili raccolti nel suo doloroso pellegrinaggio giorna­liero. Sul fianco del Museo realizzò poi tre colossali  cariatidi, rappresentanti Cesare, Archimede e Vercingetorige, sormon­tate da un belvedere.
 
Nei suoi quadernetti annotava: “Dicevo a me stesso di essere un idiota, un folle: non ero un muratore, non avevo mai preso in mano una cazzuola;  non  ero uno scultore: mai usato uno scalpello. Per quanto riguarda poi l’architettura, non l’avevo mai studiata“.
 
Tracciò  ingenui e confusi disegni di qualcosa  che certamente non era una casa per abitare, né aveva alcuno scopo fun­zionale; d’altra parte, non ebbe mai, se non forse quasi al termine della sua fatica, un’idea precisa di quel che ne sarebbe nato.

Man mano riempì poi le poche superfici rimaste libere con scritte di ogni genere, massime famose o educative, frasi  della Bibbia e del Corano, proverbi, citazioni spazianti da  Goethe a Victor Hugo, e, soprattutto, suoi pensieri.

E questo è un altro aspetto rivelante del processo mentale che  guidò il postino Cheval: se da una parte si potrebbe rile­vare come lo scrivere il proprio pensiero è momento fondamentale ed obbligato per qualunque processo di individuazione (e l’opera di  Ferdinand, come d’altronde qualunque altra opera, altro  non era che un gigantesco ed ossessivo percorso di autoindividuazione),  dall’altra non si può non rimanere affascinati  dalle innumerevoli iscrizioni.
 
In esse si tocca con mano la cultura popolare francese dell’epoca e le sue sovrastrutture positivistiche, instillate da  una classe dirigente vagamente paternalista; si entra inoltre vera­mente in sintonia con l’animo tormentato ed follemente orgoglio­so di Cheval: “Ieri fu fatica; domani sarà gloria”;  ”Creando questa roccia, ho voluto dimostrare quanto può la volontà”; “Il Pantheon di un eroe oscuro”.

Via via divorato dal suo sogno, sebbene deriso e compatito dai vicini, Ferdinand, per ingrandire il suo Palais, acquistò i terreni circostanti la proprietà, impegnandosi in uno strenuo e solitario lavoro, perlopiù notturno.
 
Realizzò numerosi piccoli spazi, e vari belvedere e punti prospettici  ai livelli superiori, con le rispettive scale  di accesso, e legò il tutto con inserzioni fantastiche e capricci­ose di paesaggi in miniatura, con interpretazioni personalissime di elementi vagamente vegetali o di piante mitiche e pregne  di significati  quali  cedri, palme, ulivi, noci,  e finanche  una pianta di aloe (!), in uno sforzo sottolineato nelle sue iscrizioni di riprodurre ed additare all’ammirazione dei visitatori le creazioni della natura e dell’uomo, tentando quasi di rendere la sua opera parte della natura stessa che la circondava.
 
Terminata la facciata est nel 1891, Ferdinand passò alle due nuove facciate che con essa fanno angolo alle estremità nord e sud. La facciata nord chiude sul lato perpendicolare il tempio della natura già realizzato sulla prima facciata est, e ne conserva alcuni caratteri come le quattro colonne orientalizzanti; questa facciata è forse quella che più presenta una decorazione sfrenatamente fitomorfa e naturalistica che per molti versi richiama l’opera di Anton Gaudi; vi si aprono grotte e terrazzini, e contiene ingenue ma potenti rappresentazioni di animali di tutte le specie e provenienze.

La facciata sud è più composta, quasi classica nell’utilizzo di elementi architettonici tradizionali quali colonne, capitelli, archi e pilastri, vasi su plinti e fregi, il tutto pero’ trasfigurato dalla fantasia e dall’ingenuità iconografica di Cheval. E’ dominata dalla rappresentazione di una sorta di albero pietrificato contenuto fra colonne binate ed un frontone sospeso senza appoggio, quasi sostenuto dall’albero.
 
Tutte e tre le facciate, pur nella loro diversità, sono ricchissime di dettagli, citazioni, frasi ammonitrici o didattiche, episodi narrativi ed iconografi­ci, piccoli ambienti indicati come grotte, quali  il Tempio della Natura, la Torre  della Barbarie,  la Grotta di Sant’Amedeo, la Tomba Egizia e, fra le altre cavità, accanto ai Tre Giganti, la grotta dove alcuni anni dopo, al termine della sua fatica, Fernand Cheval espose orgogliosamente la carriola e gli altri suoi strumenti di lavoro.
 
Ferdinand Cheval passò infine alla seconda facciata principale, quella posteriore esposta ad ovest ed opposta alla prima, quella ad est. Quest’ultima facciata è quanto di più vicino all’ architettura canonica vi sia fra tutto ciò che fu realizzato dal postino,  e forse  ciò è dovuto a due circostanze: da una parte all’epoca dell’inizio di tale fronte l’edificio era già meta  di  molti curiosi ed artisti dilettanti, e dall’altra Cheval cominciava ad essere cosciente  dei  traguardi raggiunti.  Si  potrebbe cioè azzardare l’ipotesi che Ferdinand cominciasse a sentirsi  architetto, e sentisse di potersi avventurare in un terreno insperato. D’altra parte, la presenza stessa di un ritmo dominante  implica il raggiungimento di una visione generale, una padronanza  globale, ed una forma benchè minima di progetto. La  facciata presenta infatti uno spartito regolare  ritmato da  colonne e nicchioni, nei quali sono inseriti, in un gioco  di rimando  la  cui sottigliezza affascina, dei  grossi  modelli  di edifici a metà fra il favoloso e la citazione reale.
 
In due cartoline degli inizi del ‘900 è ben visibile l’intero impianto della facciata ovest. Al centro della prima Cheval si fece orgogliosamente eternare nella sua divisa di postino; negli archi i modelli architettonici sembrano quasi balzare fuori, stare stretti nelle loro nicchie: lo chalet svizzero, il tempio indù, la casa algerina, la maison blanche. La facciata è chiusa e contenuta sulla destra dal tempio Indù, e sulla sinistra dalla prosecuzione in una loggia dietro l’angolo della rigogliosa decorazione fitomorfa e naturalistica del prospetto nord. Al di sopra del  colonnato corre una lunga terrazza, una vera e propria  pas­seggiata prospettica ed architettonica. L’adozione di un  ritmo e di un linguaggio “colto” non pregiudica però il carattere personalissimo della composizione, che, di contro, proprio in questa facciata si arricchisce di elementi scultorei e di forme particolarmente indimenticabili.
 
Dietro  quest’ultima facciata, Cheval realizzò  un  lungo corridoio  a  doppio ingresso, che chiamò Il labirinto.  Tale denominazione  descrivente uno spazio complesso, ed applicata  di contro ad uno molto semplice, è in realtà esatta nel significa­to recondito  e simbolico del termine, ed in  tal  senso Cheval dimostrò ancora una volta di avere uno spirito capace di  inten­dere oltre la sua realtà materiale: il corridoio è infatti  un luogo fantastico, vera proiezione dell’ inconscio del  postino, dove in una luce lontana appaiono animali onirici, corsi d’acqua in miniatura,  decorazioni vorticose, massime di  ogni  genere incise nelle pareti. Il tutto fa pensare ad un percorso iniziati­co, fa sorgere il dubbio che Cheval avesse meditato sul  viaggio agli inferi di Enea ed Ulisse, e sulle teorie mistiche e filoso­fiche del viaggio iniziatico, delle prove eroiche e della rinas­cita.
 
Considerando l’orizzonte culturale del postino, è ovvio che,  anche se ne fosse stato a conoscenza, non poteva che averne nozioni superficiali: d’altra  parte,  percorrendo il Labirinto da un’estremità all’altra, si ha la certezza  che Ferdinand, nella sua sensibilità spirituale, ne avesse coscienza intima ed inesprimibile, e fosse in grado di sentire e prevedere il significato profondo delle sensazioni del visitatore.
 
Nel 1905 la stampa nazionale si accorse dell’opera di Cheval con un articolo pubblicato nella “La Vie Illustrée”; cominciarono a venire i primi visitatori, e nel 1907 Ferdinand incarico’ di accompagnarli una ragazza locale, Julia Micoud; nello stesso periodo furono stampate le prime cartoline illustrate, che i visitatori cominciarono a spedire per il mondo.
 
Nel 1912 il fabbricato iniziato nel 1879 era finito. Dopo  ”10.000  giornate, 93.000  ore, 33 anni di fatiche” – come inscrisse orgoglioso sulla sua stessa opera – dopo aver assemblato 600  metri cubi  di pietre con la modica spesa corrispondente al costo  dei 4.000 sacchi di calce e cemento impiegati, il postino Cheval  si trovò  ad aver costruito un affascinante pezzo di  architettura, fantasticamente ornato da sculture potenti, realizzate sfruttando le forme irregolari ed i diversi minerali delle sue pietre. 
 
Ma tutto ciò non bastòa Ferdinand: se il Palais Ideal e’ un inno alla vita, egli presto senti il bisogno di creare un inno alla morte. Due anni più tardi, ormai settantottenne, non potendo, come avrebbe voluto, essere seppellito nel suo fantastico palazzo, iniziò a costruire nel cimitero di Hauterives la sua Tomba del Silenzio e del Riposo senza Fine, completandola nel 1922: ”Fui benedetto con la salute necessaria a completare la tomba all’eta’ di 86 anni. Molti visitatori vi si recano dopo aver visto il mio “Palazzo di Sogno” e tornano ai loro paesi pieni di meraviglia, raccontando ai loro amici che tutto cio’ non e’ un racconto di fate, ma la pura realta’. Io ho voluto riposare per l’eternita’ nel Campo dell’Eguaglianza”.

Ferdinand Cheval mori il 18 agosto del nel 1924; due giorni prima volle certificare la versione finale della sua biografia scritta sui quadernetti come “Sincera ed autentica”.  Ma l’edificio,  da lui indicato come Palazzo dei Sogni, o Palazzo Ideale, gli è sopravvissuto con tale nome: Le Palais Ideal du Facteur Cheval; è lungo 26 metri per 14 di larghezza e raggiunge un’altezza massima di 11 metri, coprendo una superficie di circa 350 metri quadrati.
 
Fino ai primi anni ottanta del novecento gli eredi di Cheval vissero nella sua vecchia casa adiacente al Palais Ideal e ricevettero personalmente i visitatori con la tipica cordiale ospitalità rurale francese, dimostrando grande orgoglio per quello che localmente tutti consid­eravano un legato comune. Nel 1984 una di loro, Alice, non avendo eredi, decise di donare al comune di Hauterives la sua quota; nel 1994 il comune di Hauterives acquisto’ infine completamente il palazzo, affidandone la gestione ad una fondazione.
 
Oggi il temerario sogno di Cheval si è compiuto: il Palais Ideal è visitato ogni anno da oltre 175.000 turisti da tutto il mondo, anche se spesso  i visitatori odierni, come senza dubbio fecero pure quelli contemporanei a Cheval, sorridono con  diver­tita benevolenza del monumento, e vi vedono un ammasso sgraziato  di pietre  raccattate qua e là. Ancora nel 1964 in un rapporto del Ministero dei Beni Culturali francese si leggeva: “Il complesso è orrendo. (…) Meglio in questo caso non parlare di arte“. Eppure spesso le stesse persone rimangono ammirate davanti alle ville moresche, ai padiglioni gotici, alle stazioni roma­niche dell’ ottocento, alle opere di architetti colti che rimontavano e amalgamavano con fine sensibilità elementi e scampoli della loro cultura e del loro mondo sensibile ed inconscio.

Ma il Palais Ideal ha sempre parlato a chi fosse riuscito ad entrare in sintonia con l’umile facteur Cheval e con il suo sogno: suscito’ l’interesse di André Breton, Max Ernst e Pablo Picasso e, infine, anche se per molti anni era stato considerato da tanti il pasticcio di un folle, nel 1969 l’allora ministro dei beni culturali francese Malraux  – il famoso scrittore – lo inseri’ nella lista dei manumenti nazionali protetti scrivendo che la Francia era fortunata a possedere “la sola architettura naïve al mondo“.

Sarebbe  qui troppo lungo, e comunque fuorviante, affrontare il tema dell’opera d’arte, ed in particolare dell’opera archi­tettonica,  vista come riorganizzazione della propria  esperienza conscia ed inconscia, ma e’ proprio in tale senso che  il  “Palais Ideal” appare come l’espressione di uno spirito superiore, tragicamente e dolorosamente incatenato alla propria dimensione ed  al proprio universo paesano.
 
Tale  lacerazione vive ed è sempre presente nell’opera  di Cheval, dove, agli occhi dell’osservatore accorto, la  primitiva e prorompente potenza espressiva viene esaltata dal contrasto  e non avvilita dalla povertà dei mezzi tecnici e culturali,  dalla caoticità delle scelte compositive, dalla confusione dei riferi­menti iconografici, dal livello elementare, ingenuo, di alcune raffigurazioni.
 
Tutti  questi caratteri, che a prima vista possono  sembrare negativi, ad un secondo e più approfondito esame appaiono medi­tati, sofferti, amalgamati e rielaborati in una mitologia globale personalissima, fatta di riferimenti personali, storici e fantastici proiettati su di un unico piano.
 
Così l’opera del postino rurale Ferdinand Cheval assurge al  livello dei grandi capolavori dell’umanità, rimanendo  nel contempo incarnazione e voce di una dimensione minore,  popolare, da sempre  negata ai canali ed alle  nobiltà espressive  dell’Arte.
 
Il Palais Ideal rappresenta pienamente “L’Epopea degli Umili“,  come  scrisse consapevolmente Cheval sotto la guardia dei Tre Giganti. 
 
Foto: Benoît Prieur – CC-By-SA

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