Che ne sarà della nostra edilizia? Analisi del settore e scenari futuri

Data: 30/07/2020 / Inserito da: / Categorie: Informazione Tecnica / Commenti: 0

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Al fine di sgomberare il campo da potenziali equivoci o fraintendimenti, ritengo opportuno tranquillizzare i lettori in merito a quanto di seguito riportato; non sono un virologo, non sono un economista, non sono un oracolo e non sono impegnato in nessun schieramento politico, dimenticavo… non parlerò mai di virus!

 

Come molti di voi, dall’inizio di questa surreale situazione di arresto obbligato per ragioni di forza maggiore, mi sono affannato a leggere quanto più possibile, imparare nuove terminologie, verificare le notizie che leggevo, confrontarmi con una grande moltitudine di persone di estrazione competenze e sensibilità diverse, con l’unico obiettivo di farmi un’idea personale di cosa stia accadendo.

 

Dalla data di emanazione del primo Decreto ad oggi, con le curve di espansione del Coronavirus in molte Regioni finalmente verso il lato destro della Gaussiana di espansione del contagio, l’attenzione dei mass media si sta lentamente spostando dall’emergenza sanitaria, anche se la situazione non si può considerare ancora stabilizzata, verso un’emergenza finanziaria che potrebbe potenzialmente essere in grado di mettere in ginocchio e massacrare la nostra economia interna, impattando in modo ancora più pesante sulle abitudini e le possibilità dell’intera Nazione. 

 

Attività bloccate, un commercio ridotto al lumicino ed un Governo volenteroso ma con evidenti problematiche di reperimento di finanziamenti e poco tempestivo nelle indicazioni, stanno traghettando il Paese verso uno scenario a dir poco preoccupante, ricco di incertezze e povero di liquidità, da cui ognuno di noi dovrà cercare di uscire facendo leva sulle proprie capacità finanziarie, in attesa dei sostegni che lo Stato sarà in grado di attuare e rendere disponibili.

 

A circa un mese di distanza dall’inizio del blocco delle attività, ma le prime avvisaglie si sono iniziate a vedere ancor prima, il panorama del tessuto imprenditoriale nazionale mostra un lungo elenco di attività in enorme emergenza finanziaria, schiacciate tra il mancato guadagno, la necessità di far comunque fronte ai costi di gestione (dipendenti, fornitori, banche, affitti…), una limitata e caotica via di accesso agli ammortizzatori sociali ed una destabilizzante incertezza sui termini temporali di questi provvedimenti restrittivi.

 

Trovandomi spesso a dover risolvere problematiche legate alle patologie edili per professione, ho imparato negli anni sulla mia pelle che per poter trovare la giusta soluzione ad un problema è fondamentale innanzitutto capire per quale motivo si sia presentato il problema stesso, un po’ come un medico che cerca di ottenere un’anamnesi del paziente al suo cospetto, prima di indicare la terapia farmacologica o chirurgica da applicare.   

 

Tale attività, d fondamentale importanza a mio avviso, composta la ricerca del perché si sia arrivati alla condizione problematica e tale ricerca necessita di un’analisi storica della situazione, spesso il motivo del danno non è figlio della casualità bensì di errori o deviazioni dalla regola dell’arte, riconducibili alle attività di esecuzione dell’opera.

 

Il “perché” delle cose materiali e delle azioni umane è un concetto che mi affascina e anima il mio agire quotidiano fin da quando ero bambino, una specie di ossessione!

Ricordo che i miei genitori, ormai sfibrati dalla mia incessante e mai sazia sete di “perché”, decisero di investire qualche risparmio per farmi il più bel regalo che io abbia mai ricevuto, una collana di libri intitolata “I mille perché”.
 
Erano 4 volumi, rilegati finemente con una copertina in finta pelle di un colore rosso carminio con scritte dorate su sfondo nero, ricordo ancora le figure e le spiegazioni, l’emozione che provavo ed il fascino che esercitavano su di me quelle parole.
 
Lessi e rilessi questi volumi per anni, usurandoli ad un punto tale che a tutti i volumi (probabilmente a causa dei racconti di mio padre del primo allunaggio del 1969, tra tutti i volumi quello più gettonato era quello relativo al volo e allo spazio ed era quello messo peggio di tutti), involontariamente avevo strappato parte della cuffia del dorso cercando con il mio ditino di fra scendere dalla libreria i miei volumi preferiti, compressi tra le altre enciclopedie che andavano molto di moda negli anni settanta.  

Mantenendo fede a questo approccio, in questi giorni dove il tempo non mancava ho cercato di trovare il “perché” il nostro tessuto imprenditoriale si sia trovato nuovamente impreparato a gestire una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo, nonostante questa non sia la prima crisi economica che ci vediamo costretti ad affrontare.    


 Il futuro dell’edilizia: i perché della situazione emergenziale

 

E’ pensiero di molti che il perdurare di questa condizione di mancato guadagno ed incertezza, possa essere la pietra tombale per molte attività imprenditoriali, specialmente quelle con piccole strutture o artigianali, disidratate finanziariamente da tempo da una pressione fiscale al limite del sostenibile e concentrate più a far fronte alle scadenze ed ai ritardi dei pagamenti che a pianificare la propria attività. 

 

Concentrando l’attenzione al mercato dell’edilizia nazionale, comparto che ritengo di conoscere a sufficienza per poterne parlare, è doveroso ricordare che tali attività stanno uscendo da un forte periodo di crisi che ha comportato una notevole contrazione della domanda ed una conseguente prima ondata di fallimenti tra il 2008 ed il 2012.

 

Analizzando i motivi che hanno portato la crisi dell’edilizia e cosa questo ha comportato per le attività imprenditoriali nazionali, a mio avviso è propedeutico per poter valutare la crisi attuale ed implementare adeguandole al momento ed alla condizione specifica, le azioni correttive e le contromisure attuate dagli imprenditori più lungimiranti che hanno saputo uscire indenni da quel periodo.  

 

L’Italia è notoriamente il Paese delle partite IVA che popolano il mercato del lavoro e l’edilizia è il contenitore di un numero enorme di piccoli artigiani e imprenditori edili che si sono arricchiti nei decenni scorsi a seguito di una scriteriata e non regolamentata “corsa al mattone”, che ha visto produrre una quantità di immobili ben superiore alle effettive necessità, creando un volume di invenduto che ha quasi azzerato la liquidità degli imprenditori più aggressivi.

 

A partire dagli anni novanta fino al 2005, il mercato edile ha prodotto volumi di fatturato sempre in incremento, ogni anno che passava andava meglio dell’anno precedente e tale distorta condizione economica ha alimentato la sete di denaro di molti e ritengo abbia inoltre fatto passare un concetto tanto assurdo quanto subdolo e perfettamente adeguato alla nostra mentalità latina, che potrebbe essere riassunto in modo esemplare da un passaggio del Trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo De medici: “…chi vuol essere lieto sia, di doman non vé certezza….”.

 

Per esperienza diretta ricordo di quegli anni il devastante impatto che ebbe la crisi, fu come svegliarsi bruscamente da un meraviglioso sogno!

Anche in quel caso il mercato edile non era preparato e le strutture con molti dipendenti e forti esposizioni finanziarie dovettero forzatamente “gettare la spugna” o ridimensionarsi e snellirsi per abbattere i costi di gestione e sopravvivere al “nuovo mercato”, non più sulle ali di un entusiasmo forse un po’ miope ma con il terrore e la percezione che i tempi “delle vacche grasse” fossero e dovessero rimanere solo un ricordo.
 
Chi in quell’epoca aveva investito su nuove e prestigiose sedi aziendali, chi in acquisizioni e ampliamenti, chi in benefit privati, distraendo liquidità dalla propria attività a favore del suo benessere, se non è riuscito a ricevere l’ennesimo aiuto finanziario dalle banche ha purtroppo dovuto “abbassare la serranda” e rivalutare il proprio futuro professionale.

 

In queste ultime righe stanno racchiuse due leve determinanti che hanno accelerato la discesa vertiginosa dei fatturati  e la chiusura di molte attività:

 

- una gestione non sempre oggettiva ed attenta del proprio business, sprovvista di pianificazione strategica ed economica e spesso gravata da costi fissi esagerati;

- un sostegno indiscriminato e scriteriato del credito al consumo che ad un certo punto è venuto repentinamente a mancare a causa del cambio di orientamento degli istituti bancari;

-  una grave mancanza di un regolamento a tutela  del credito che potesse in qualche modo salvare almeno chi tra quelle migliaia di imprenditori ha dovuto chiudere a causa dei mancati pagamenti.    

Il nuovo panorama dell’edilizia nazionale sorto a seguito della crisi, ha portato a qualche miglioramento della situazione, se non altro sotto l’aspetto della gestione delle imprese, oggi più meticolosa ed attenta ai costi di gestione e sicuramente più snella nella sua struttura, per non incorrere nuovamente negli stessi errori del passato, ma a mio avviso non ha radicalmente cambiato il modo di pensare e vive ancora “tra color che stan sospesi” tra il sostegno di qualche manovra dello Stato e la speranza che piano piano la situazione possa migliorare.

 

Probabilmente è solo una personale sensazione ma credo di non sbagliare asserendo che con buone probabilità, se non fosse stato per questioni sanitarie ma per altre motivazioni esterne di qualsiasi matrice, il panorama sarebbe stato il medesimo che vediamo in questi giorni.
 
La percezione che ne esce analizzando lo scenario è che per una grande maggioranza delle partite IVA nazionali sia possibile rimanere “in pista” solo ed esclusivamente se il flusso finanziario non si arresta mai e se lo schema incasso e poi se posso pago, non viene ritardato; ogni minima variante, ogni granello di polvere che si incastra nell’ingranaggio, dovuta ad un ritardo dei pagamenti, ad una crisi temporanea o più banalmente ad un imprevisto professionale, può far repentinamente crollare l’intero sistema. 

 

Il sistema economico-finanziario edile nazionale, ma non solo quello, si fonda sul mutuo rapporto tra tre figure, lo Stato, gli istituti di credito ed il tessuto imprenditoriale, lo Stato determina le regole, le banche forniscono il sostegno economico tramite i finanziamenti e l’imprenditoria produce.

 

Questo schema ha nel tempo creato un’aberrazione finanziaria, di cui le banche non possono ritenersi non responsabili, in cui per poter operare era più conveniente richiedere un finanziamento piuttosto che investire di tasca propria con maggiore oculatezza, instaurando un meccanismo che si alimenta di un’esasperata necessità di fatturare a qualunque costo per poter far fronte alle scadenze e quindi implicitamente accettando la conseguenza di dover forzatamente acquisire quante più commesse per rimanere al passo, incrementando i costi di gestione e decrementando gli utili d’impresa, una specie di folle corsa al fatturato che ha in definitiva impoverito ed esposto fortemente le imprese.

 

Un ruolo altrettanto importante nelle crisi che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo lo riveste lo Stato che con le sue decisioni sposta l’economia con la facilità con cui il vento fa sventolare una bandiera issata sul pennone.

 

Tra le problematiche che ritengo abbiano limitato fortemente la capacità finanziaria delle imprese edili e limitato il volume d’affari dell’indotto ad esse collegate, vi sono:

 

- la mancanza di una politica seria e programmata della pianificazione urbanistica del territorio, demandata ai Comuni, indecisi tra una corretta politica edificatoria e la stringente necessità di alimentare le casse con i proventi derivanti dagli onore di costruzione;

- la mancanza di un regolamento chiaro e definitivo sulla tutela e sulle tempistiche dei pagamenti, ambito dove la Pubblica Amministrazione purtroppo diventa protagonista negativo a causa degli endemici ritardi dei pagamenti;

- una burocrazia esagerata che impone enormi rallentamenti e costi di gestione alle imprese (basta prendere visione del Codice degli Appalti, in cui sono state scritte più pagine per quello che non si può fare che per quello che si può fare, ottenendo come risultato che per realizzare un’opera pubblica in Italia ha una durata media di 18 anni!);

- il Patto di stabilità, che ha bloccato gli investimenti dell’Amministrazione Pubblica, annullando l’opportunità di programmare e pianificare la distribuzione delle risorse per gli interventi e creando a mio avviso un evidente spreco economico.

 

 

Gli scenari futuri


La commistione delle problematiche sopra esposte, unita ad una certa refrattarietà al cambiamento di alcuni imprenditori, ha portato in definitiva ad un calo dei volumi a cui non è seguita una vera e strutturale riorganizzazione del mercato e di fatto ha portato ad un impoverimento collettivo del tessuto imprenditoriale che con prezzi e ricavi più bassi ha dovuto limitare anche le voci di spesa legate alla qualità, alla ricerca e sviluppo ed ai controlli, incrementando ulteriormente la fragilità del mercato stesso. 


Nel nostro Paese, piuttosto di avviare politiche di ridefinizione delle strutture imprenditoriali dei diversi settori, finalizzate a rendere più robuste e competitive le stesse sia a livello nazionale che internazionale, è stato coscientemente deciso di sostenere le politiche di un mercato liberista, di una “giungla” dove vince il più forte o il più aggressivo, senza considerare che il perdurante impoverimento delle strutture ha esposto le nostre eccellenze al rischio di fallimento o all’acquisizione da parte di gruppi esteri.

 

Volendo esprimere una forse prematura previsione sul futuro prossimo dell’edilizia nazionale sotto l’aspetto economico e finanziario, alla luce delle potenziali cause che hanno infragilito il nostro tessuto imprenditoriale, risulta immediato valutare che se di ripresa si potrà parlare, sarà solo a seguito di una forte iniezione di liquidità nel mercato da parte dello Stato o degli istituti di credito.

 

Per poter provare ad intuire quale sia la risposta del mercato, sarebbe infatti necessario conoscere il programma del Governo legato alla ripresa delle varie attività.

La variabile tempo in questo contesto gioca un ruolo di fondamentale importanza, più la serrata verrà prorogata nel tempo e minori saranno le possibilità di ripresa di molte attività.

 

Osservando con attenzione il manifestarsi e l’evolversi della malattia di un paziente ricoverato in terapia intensiva in un qualunque ospedale, risulta immediato  fare un parallelismo con la situazione economica: se a qual paziente da giorni ammalato viene amministrata la giusta cura in modo tempestivo, con buone probabilità riuscirà a superare la malattia, se il medesimo paziente con il passare dei giorni peggiora e non viene sottoposto alla giusta cura, con buone probabilità non riuscirà a superare la malattia.

 

In questo momento il  paziente “Italia” versa in pessime condizioni da giorni, nonostante la buona volontà e l’affannarsi dei “sanitari” non è ancora dato sapersi quale sia la cura più adeguata perché quelle fino ad ora adottate non hanno sortito gli effetti desiderati, nel frattempo al paziente sale la temperatura e suona il campanello per mancanza d’ossigeno, un medico corre al capezzale del malato e gli somministra un farmaco che a suo modo di vedere potrebbe almeno lenire la sofferenza per un po’ ma nessuno conosce la soluzione, i famigliari pregano e sperano che qualcuno trovi la cura il più in fretta possibile…che ne sarà di questo paziente?

 

In questi giorni ho avuto l’opportunità di discutere profusamente sulla situazione attuale ed interrogarmi ed intervistare altri colleghi professionisti ed imprenditori di vario genere per cercare di prefigurare quali potenziali scenari si prospettino all’orizzonte.

 

Innanzitutto, come sopra evidenziato, tutte le persone con cui mi sono confrontato hanno una loro versione del futuro prossimo, chi prudenziale, coperta e attendista, chi catastrofica e chi più ottimistica ma in tutti i casi erano unanimemente d’accordo nel mettere come priorità la questione temporale, in quanto da essa dipendono i valori in gioco.

 

E’ come se ci avessero lanciato da un aereo dicendoci di aprire il paracadute solo quando ci viene dato il segnale, all’inizio sei sopraffatto dall’emozione di volare e non ti rendi conto che stai precipitando perché hai un paracadute ed il panorama rapisce la tua attenzione, dopo qualche secondo trasali perché ti rendi conto che stai precipitando ma comunque hai il tuo adorato paracadute, la quota scende velocemente e tu vedi sempre più delinearsi il terreno sotto ai tuoi piedi, è ancora abbastanza lontano per non allarmarti ma chiami quelli dell’aereo per chiedere quando devi aprire…risposta: non è ancora il momento, allora ti tranquillizzi per qualche secondo e intanto precipiti chiedendoti quando ti diranno di aprire il paracadute e speri con tutto il cuore che sia presto, presto, magari adesso ma il terreno è sempre più vicino e ormai non riesci nemmeno a scorgere la curva dell’orizzonte.
 
Ipotizziamo quindi due scenari, il primo vede la riapertura di molte attività ed una graduale ripresa del lavoro a partire dal mese di aprile (il 14 o la fine del mese), il secondo vede la riapertura nel mese di maggio o oltre. Dando credito al primo scenario, dovremmo vedere i mercati muoversi in modi diversi in base alle merceologie, a mio avviso chi è impegnato in ad attività di vendita al  dettaglio o in generale a beni di consumo, sarà in condizioni particolarmente gravose e dovrà sopravvivere con un mancato fatturato, schiacciato tra i 2 mesi di forzata inattività e mancati incassi e le scadenze ed i costi di gestione dei dipendenti e del magazzino; da quanto si legge sui giornali le Associazioni di categoria hanno già fatto delle valutazioni e prevedono purtroppo un rilevante numero di fallimenti.

 

Le attività che si occupano di beni durevoli ed il loro indotto, le attività di consulenza e servizi, avranno certamente un mancato fatturato ma molte commesse, precedentemente posticipate, torneranno nel portafoglio ordini delle aziende, limitando parzialmente le perdite di fatturato, tali condizioni porteranno alla chiusura solo le aziende finanziariamente più esposte.    

 

Tornando alla nostra edilizia, trattandosi di beni immobili, non si dovrebbe registrare un tracollo modello crisi 2008, ma più ragionevolmente un periodo di grande sofferenza che comporterà anche la chiusura di molte imprese che non hanno gli “anticorpi” per superare la situazione.

 

Su questo punto ho avuto il privilegio di confrontarmi con il Direttore di un’importante Associazione di categoria ed a suo dire la situazione potrebbe compromettere definitivamente l’operatività di un 15-20% delle imprese associate, quelle realtà che per inerzia decisionale, resistenza al cambiamento o poche capacità di pianificazione finanziaria e strategica, non avranno la forza di rimanere sul mercato.

 

Di riflesso anche il comparto dei produttori di materiali e delle rivendite edili subirà una evidente contrazione dei volumi, probabilmente allineata con quelle delle imprese ed anche in questo caso rimarrà sul mercato chi ha reso la sua struttura più snella e flessibile, chi ha abbassato i costi di gestione e chi ha gestito con oculatezza il magazzino.

 

Tra le persone con cui ho avuto il privilegio di confrontarmi, ritengo infine opportuno e bene augurante riportare il punto di vista di un importante ed esperto imprenditore che da più di 40 anni vive il comparto edile; a suo dire negli anni a venire potremmo conoscere un nuovo andamento dei mercati, un andamento a pistone (o a molla se preferite), dove nei mercati si susseguiranno ciclicamente momenti di forte contrazione e compressione della domanda a fasi di notevole e repentina espansione o decompressione della domanda stessa, mercati quindi meno stabili, se volgiamo a folate ma ugualmente redditizi.   

 

Il mercato immobiliare non morirà, si potrebbe registrare una diminuzione dei prezzi di vendita degli immobili a causa dell’enorme quantità di capitale immobilizzato nell’invenduto e della stringente necessità di liquidità. In questa situazione le imprese si muoveranno diversamente in dipendenza della solidità e della disponibilità di liquidità, da una parte ci saranno imprese che cercheranno di vendere per sopravvivere abbassando le richieste economiche, creando un volano al ribasso che porterà ad una diminuzione media del prezzo di acquisto delle case di qualche punto percentuale (non oltre il 5-10%), dall’altra parte ci saranno imprese che manterranno invariati i prezzi a tutti i costi per non creare scompensi finanziari nella loro gestione.   

 

Le potenziali soluzioni

 

Partendo da un’attenta analisi delle cause e sfruttando un principio filosofico caro a noi ingegneri, quello del reverse engineering, è possibile abbozzare qualche spunto di riflessione e veicolare qualche interessante proposta di soluzione, andando a modificare in meglio, i vari fattori di tossicità della condizione attuale.

 

Il mercato edile, qualunque sia la dinamica e la tempistica della ripresa, alla fine del blocco dovrà confrontarsi e trovare valide alternative alla luce di una modificata platea di investitori ed acquirenti, impoverita, sfiduciata e timorosa, ci saranno famiglie più povere e quindi si dovrà trovare la maniera di proporre a tale clientela una casa che possa incontrare le loro capacità economiche ed investitori portati a ponderare con grande attenzione ogni iniziativa immobiliare; anche il contesto sotto questo aspetto farà una decisa differenza, si vedranno probabilmente meno lotti in costruzione in zone poco servite e poco sviluppate mentre i centri urbani e le zone residenziali più prestigiose, dovrebbero essere in grado di resistere meglio.   

 

In definitiva, una sana permanenza sul mercato non dipenderà più dalle sole capacità esecutive di un’impresa edile, non sarà più sufficiente saper “costruire bene” ma sarà assolutamente necessario avere una chiara struttura finanziaria, chi approccerà il mercato a seguito di un’analisi di mercato e di un’analisi finanziaria e strategica prima di acquisire un lotto potrà progredire chi continuerà a perseguire solo i volumi e dare un’occhiata al bilancio di fine anno, avrà buone probabilità di non farcela.

 

Controllo delle voci di spesa, maggiore oculatezza negli acquisti, strutture più snelle ed una più attenta gestione del processo produttivo, potranno nell’arco di anni far recuperare alle imprese una parte del mancato fatturato determinato da questo indimenticabile periodo ma, senza l’intervento dello stato ed il sostegno economico degli istituti di credito, tale processo di “rimarginazione” della ferita potrà richiedere, nella più rosea delle ipotesi, 5÷6 anni.

 

Le Associazioni di categoria, ANCE in prima fila, da anni lottano per modificare lo stato di fatto ed in questi giorni hanno chiaramente indicato e richiesto allo Stato precisi e mirati interventi di sostegno alle imprese secondo i punti di seguito elencati:

- ampliamento dei limiti e delle possibilità di utilizzo degli ammortizzatori sociali ai lavoratori del settore di tutto il territorio nazionale per tutto il 2020;

- sospensione di tutti gli adempimenti e versamenti tributari, previdenziali ed assistenziali in scadenza;

- garanzia di liquidità alle imprese con un moratoria effettiva di tutti i debiti a sostegno della liquidità;

- repentina ripresa delle attività, nei modi consentiti in base alla situazione;

- garanzia di pagamento immediato per gli appalti pubblici in corso di esecuzione, fino alla cessazione dello stato di emergenza ed immediata partenza die lavori già aggiudicati.

Per rimettere in moto il mercato e portare nuovi volumi di fatturato, alle richieste di ANCE sopra esposte sarà necessario aggiungere a mio avviso:

-  un forte premialità in termini di sgravi fiscali da legare alle opere di ristrutturazione, efficientamento energetico ed adeguamento sismico, portando i valori anche al 100% (in considerazione che nel nostro Paese ci sono ancora 4 milioni di edifici energivori, desueti e degradati);

-  una strategia di adeguamento del patrimonio edilizio pubblico, con interventi sul comparto dell’edilizia scolastica a tutti i livelli e riqualificazione e reindirizzamento del parco immobiliare nazionale.

Appare evidente come lo Stato giochi un ruolo centrale nel determinare il futuro del comparto edile nazionale e come le scelte e le strategie da esso implementate potranno accelerare o meno il processo di ripresa.

 

Una rinnovata responsabilità sociale, una maggiore attenzione all’architettura rivolta al riuso di strutture monofunzionali, una ridefinizione del concetto di smart city, un nuovo approccio alla scuola di domani (comparto che in questi giorni di arresto forzato si è trovato in qualche caso impreparato a gestire l’emergenza e a dovuto fare i conti con un’immediata necessità di innovazione tecnologica dettata dalla formazione a distanza), con un occhio alla gestione delle fonti energetiche sia in ottica edile che di mobilità.

 

Da questa surreale situazione che stiamo vivendo ed in considerazione della condizione preesistente del comparto edile, ne esce la stringente necessità che nel nostro Paese vi sia una maggiore attenzione alla robustezza, una ricerca di solidità del sistema produttivo, una politica economica capace di ridare fiducia al Paese, garantendo riforme in grado di innescare un duraturo ed innovativo percorso di crescita sostenibile.

 

Queste necessità passano da una governance dotata di buone capacità di visione, da una leadership sufficientemente forte da non essere in balia dei sondaggi sui social media e da una rinnovata spinta e capacità del tessuto imprenditoriale di fare sistema, un sistema che al suo interno trovi la forza e abbia il peso di migliorare le regole del mercato, capace di destinare delle risorse rivolte all’incremento delle competenze aziendali necessarie a valorizzare ed elevare l’impresa nell’ottica di ricercare e fornire nuove soluzioni abitative, guidando la clientela nella scelta.

  

Affinché questo scenario si possa verificare sarà necessario l’impegno di tutti gli attori della filiera edile, ognuno per le proprie mansioni e competenze, ma non più arroccati su posizioni contrastanti ma uniti da un unico intento, risollevare ancora una volta le sorti del nostro Paese.

  

 

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