Il miglior smartphone? È quello che sai spegnere…e riavviare

Data: 08/01/2021 / Inserito da: / Categorie: Attualità e innovazione, Economia - business, Mondi e Culture / Commenti: 0


ragazza che usa smartphone
Ci hanno messo lo smartphone in mano e, poco dopo, hanno iniziato il bombardamento.

 

Adesso basta.

 

Il diabolico binomio smartphone-social network ci ha resto passivi, specie di uomini zombie intenti a camminare con il collo reclinato in avanti e gli occhi persi dentro il buco della serratura dal quale guardiamo il mondo.

 

Adesso basta.

 

Ci hanno fregato migliaia di dati, sezionato, conosciuto meglio di quanto ci conosciamo noi. Ci hanno spiato, ascoltato, seguito, invogliato, creato bisogni che non avevamo.

 

Adesso basta.

 

Adesso è il momento di spegnere lo smartphone e di riavviare.

 

Questo è il momento di capire che stiamo cambiando un’epoca e che lo smartphone deve cambiare la sua destinazione e noi la sua vita con lui. Lo smartphone non è né buono, né cattivo. L’uso che ne fai è buono o cattivo. I social e le reti di connessione che abbiamo a disposizione non sono né buone, né cattive.

 

L’uso che ne fai è buono o cattivo. Il modello economico che ci ha spinto a diventare scimmie guardanti è stato quello di tenerci attaccati al telefonino per aumentare a dismisura il nostro tempo di visione o ascolto dei messaggi per lavarci il cervello e venderci un prodotto in più. Oppure vendere noi come prodotto. Ci siamo cascati tutti, ci sei cascato anche tu. No? Sicuro?

 

Ti faccio una domanda.

 

Dimmi quante volte prendi in mano il telefonino per fare una cosa, leggi le notifiche, entri online, scrivi qualche risposta, guardi le mail, guardi whatsapp, rispondi alla fidanzata o al fidanzato e poi lo rimetti sulla scrivania senza aver fatto la cosa che ti ha spinto a prenderlo tra le mani. Ok, non è stato lo smartphone a rimbambirti così. È stato il combinato disposto dell’hardware (neutro per natura) e dei software di connessione che, nella loro versione app, hanno utilizzato il tuo telefono per incatenarti a dei percorsi mentali guidati da algoritmi che vogliono venderti qualcosa. Ultimi rantolii del capitalismo del consumo che, regalando l’eldorado di una presunta iperconnessione, ci ha reso tutti criceti soli, intenti a girare nella ruota della nostra stupida esistenza con il telefonino davanti.

 

La festa, per i giganti tecnologici e dei social, è finita.

 

Nel 2020 è arrivato il Covid-19 e il suo carico di morte. Ha spazzolato via molte certezze e ci ha chiuso in casa. Proprio in quei giorni abbiamo preso coscienza di un fatto. Fino a poco prima il telefonino era stato, per noi, un’arma di distrazione di massa. In quei giorni abbiamo tirato sul il collo e abbiamo guardato fuori dalle finestre di casa nostra. Era l’unico sguardo esterno che potevamo vivere.

 

Lo smartphone ha lentamente smesso di essere buco della serratura dal quale guardare le vite degli altri e ha iniziato a essere ponte, anello di congiunzione, strumento di espressione, di riorganizzazione, di ricostruzione e rilancio. Già, perché nei tuoi giorni chiuso in casa avevi solo lo smartphone tra le mani per far sapere che c’eri, che stavi bene, che lavoravi, che pensavi.

 

Con lo smartphone in mano, in quei giorni, siamo stati tutti migranti. Già, abbiamo attraversato il mare che andava da un mondo a un altro, da una realtà a un altra. Abbiamo capito per bene perché i migranti veri arrivano sulle nostre coste magari senza niente addosso, ma con lo smartphone. Poco a che vedere con le polemiche politiche, molto a che vedere con uno strumento che, per loro, è stato ed è l’unico modo per dire al mondo che esistono e che ce l’hanno fatta. Forse.

 

Ecco: lo smartphone è diventato per noi un’arma potentissima per poter dire che ci siamo, che ogni giorno ci alziamo e progettiamo le nostre vite e il nostro lavoro. Il telefonino è diventato un mezzo per comunicazioni di valore e non per commenti acefali e malpancisti. Abbiamo vissuto con il telefono, amato, riso, pianto. Qualcuno ha salutato persone che il giorno dopo non avrebbe più visto. Qualcuno ha ritrovato persone che non vedeva da anni. Con lo smartphone abbiamo studiato, visto, viaggiato senza muoverci, parlato altre lingue, volato verso mondi lontani. Abbiamo lavorato, progettato, costruito, controllato macchine, gestito magazzini, presentato eventi, realizzato trasmissioni tv.

 

Già, il 2020 ci ha fatto dire basta all’uso passivo del telefonino e “si!” al suo uso attivo. A cominciare dal momento in cui abbiamo imparato a spegnerlo. Lo smartphone che abbiamo tra le mani è la nostra arma più potente, il coltellino svizzero multiuso che velocizza passaggi, diminuisce tempi, contrae costi e libera minuti, ore, giorni. Secondi cui puoi dare valore…d’altronde lo smartphone è una macchina di calcolo ormai potentissima, un computer personale cui bisognerebbe cambiare il nome.

 

Infatti lo smartphone non è più phone…

 

Se ci si rende consapevoli del cambiamento di peso delle operazioni quotidiane che abbiamo fatto in questi ultimi tempi, salta agli occhi un’evoluzione del ruolo dello smartphone nella nostra vita. Un’evoluzione che deve far cambiare anche noi e indurci a scelte precise. Per sempre.


Ringraziamo Francesco Facchini per questo interessante viaggio antropologico e sociale all’interno del mondo dello smartphone e dell’uso che noi tutti ne facciamo.
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